11 settembre 1973 – 11 settembre 2013 : 40 anni dal golpe militare in cile

11 settembre 1973- 11 settembre 2013

 

Sono passati 40 anni dal golpe militare in Cile e dalla morte del Presidente socialista Salvador Allende. Ricordiamo quei tragici giorni pubblicando un capitolo del libro di Roberto Borroni: Renato Sandri. Un italiano comunista novembre 2010- Editore Tre Lune.
Nell’ agosto del 1972 Salvador Allende aveva conferito a Sandri l’onorificenza di Grand’Ufficiale dell’Ordine di O’Higgins, libertador del Cile, per l’attività politica svolta a sostegno della esperienza di Unidad Popular e del Cile democratico.
11 settembre 1973. Il sacrificio di Salvador Allende.

Dopo i giorni passati a Huaraz, raggiungono Lima dove incontrano alcuni dirigenti comunisti e i rappresentanti del governo militare peruviano, tutti in grande apprensione per le gravi notizie che giungono dal Cile. La stampa e la televisione cilene, pressoché completamente nelle mani della destra, incitano alla ribellione nei confronti del governo di Salvador Allende.Renato decide di rimanere a Lima per seguire da vicino quanto sta avvenendo e per tentare di mettersi in contatto con Allende.

«I lavoratori gli volevano bene e lo chiamavano tio Salvador, zio Salvador, secondo una usanza spagnola, un modo affettuoso per fare sentire a una persona non di famiglia, come se lo fosse. Nel giugno del 1964, partecipai con Allende a una imponente manifestazione popolare. Una donna cantava una canzone che iniziava con le parole “tio Salvador, te traigo un flor”, zio Salvador, ti porto un fiore. Era la prima strofa, poi seguirono le voci, armoniose e forti, delle altre. Chiusi gli occhi e mi parve di tornare indietro nel tempo, agli anni Cinquanta, e di sentire le meravigliose mondine del mantovano, splendide proletarie della terra, avanguardie dell’altra metà del cielo.

Quando il canto finì, Allende iniziò il suo discorso». Renato pensa di andare a Santiago ma la frontiera è chiusa. Il 28 agosto, circa dieci giorni prima del golpe, si reca, per telefonare ad Allende, nella casa di Darcy Ribeiro, un famoso antropologo brasiliano, sfuggito all’arresto in Brasile ora riparato in Perù. Nella sua casa si danno convegno anche Juan Reccio e Carlos Delgado, del Sinamos, Sistema nacional de apoyo a la movilización civil, un organismo creato da Juan Velasco Alvarado per promuove e organizzare i lavoratori nei vari settori della produzione. Delgado riesce a mettersi in comunicazione con la Moneda, sede della presidenza, verso le due del mattino. Juan Garcés, il segretario particolare di Allende, risponde al telefono: «Il presidente sta riposando dopo una giornata di grande tensione, vi prego di non insistere».

«Delgado chiese allora notizie della situazione. Pessima, fu la risposta. E per rendere l’idea, Garcés riferì quanto gli disse Allende poco prima di coricarsi: “estoy con la ley, salgo de aquì solo con ambos pies en delante”. Gli aveva voluto dire che sarebbe uscito dalla Moneda solo con i piedi in avanti, morto. Delgado riferì a Ribeiro e a Reccio, essi risposero in modo lapidario: poi verrà il nostro turno. Quando rientrai in albergo cominciava ad albeggiare. Tentai di prendere sonno ma non vi riuscii perché rimbombavano nella mia testa le ultime parole che mi aveva detto Corválan nella primavera dell’anno prima a Roma: «Quien sabe sí y cuando y como nos rencontraremos otra vez». Non era certo che ci saremmo potuti incontrare di nuovo. Corválan temeva che il massimalismo e l’estremismo del partito socialista e del Mir avrebbe potuto consegnare il partito democratico cristiano alla destra e al fascismo. Non bisogna dimenticare, infatti, che il Pdc aveva consentito, con il voto dei suoi parlamentari, l’insediamento di Allende e poi aveva votato a favore della nazionalizzazione delle miniere di rame della Itt, la multinazionale delle telecomunicazioni».

Il primo di settembre, Renato rientra in Italia, le notizie che giungono da Santiago sono drammatiche.

«Non appena giunto a Roma confermai a Mila la presenza alla manifestazione di solidarietà al Cile del 5 settembre al teatro Nuovo di Torino. Era stato invitato anche un senatore comunista di Unidad popular, Volodia Teitelboim. Partecipai alla manifestazione insieme ai democristiani Guido Bodrato e Luigi Granelli».

Parla per primo Teitelboim. La sua è un’oratoria calda, piena di passione ma, quella sera, tremendamente lontana dalla verità. Descrive una situazione diversa da quella che sta vivendo il suo paese. Parla del consenso di Allende, dice come il lungo sciopero degli autotrasportatori stia rientrando senza danni, come le difficoltà alimentari siano in via di superamento.

«Rimasi annichilito, anche se ne compresi “l’ottimismo della volontà”. Mentre lo ascoltavo mi tornarono alla mente le crude parole del segretario di Allende e di Corválan. Io scelsi di affermare la verità, di presentare la situazione nella sua drammaticità, riferendomi anche agli errori che erano stati compiuti. Ricordai le divisioni insorte tra comunisti, socialisti e radicali. Non mancai di rilevare il ruolo svolto dalla democrazia cristiana, un partito che aveva sì sostenuto Allende ma poi si collocò quasi subito alla opposizione a causa delle spinte estremistiche. La destra più retriva temette il pericolo rosso e fomentò, sin dall’inizio, disordini. Conclusi facendo, come sempre in quelle occasioni, appello alla mobilitazione popolare, alla unità delle forze antifasciste e alla solidarietà. E invitai tutti a riflettere e a fare tesoro dell’esperienza cilena: poiché, anche in Italia, la situazione politica stava diventando sempre più difficile».

Non si comprende la diversità di toni e di argomentazioni di Renato se non si fa un passo indietro, al fine di ricostruire quanto accaduto in Cile dopo la vittoria di Allende.

«La paura del pericolo rosso era cresciuta nell’aprile del 1971. In una consultazione elettorale amministrativa, Unidad popular ottenne il 49,81% dei voti ma l’apice del successo elettorale coincise con l’inizio di una situazione difficile. Sul piano politico il clima nel paese si surriscaldò. In giugno, un gruppo di estrema sinistra, proclamatosi Vanguardia organizada del pueblo, assassinò Edmundo Pérez Zujovic, ex ministro dell’interno del precedente governo Frei e il partito democristiano, da quel momento in poi, assunse nei confronti di Allende una posizione altalenante. In alcune occasioni si oppose alle sue scelte mentre in altre le sostenne».

Nonostante ciò, Allende prosegue nella sua iniziativa riformatrice. Dopo l’atto terroristico, il congresso approva una legge che nazionalizza le miniere di rame con il sostegno dei democristiani. Il terremoto politico non si esaurisce perché il partito democratico cristiano subisce una scissione da parte della sua organizzazione giovanile che, denominandosi Izquierda cristiana, sosterrà il governo.

«Gli avvenimenti degli ultimi mesi del 1971 determinarono una fortissima tensione. I minatori diedero vita a una lunga catena di scioperi per rivendicare aumenti salariali ma la difficile situazione economica non li consentiva. Nel medesimo tempo, Allende rifiutò di concedere indennizzi alle multinazionali del rame espropriate e gli Stati Uniti, per rappresaglia, bloccarono i canali del credito. S’innescò una spirale che portò il governo a espropriare quasi tutte le proprietà della multinazionale Itt. L’episodio più significativo fu la violenta manifestazione di protesta dei primi giorni di dicembre quando, dopo l’aumento dei prezzi, le donne dei “quartieri alti” protestarono contro la carenza di generi alimentari»

. Allende vive giorni drammatici perché condizionato dalle spinte populiste e massimaliste dei socialisti e dell’estrema sinistra ma anche dall’opposizione democratico cristiana e dei ceti legati alla destra contrari a ogni riforma. In dicembre, alcuni avvenimenti rendono il clima ancora più incandescente. Pochi giorni prima del Natale, il congresso, dove Allende non ha più la maggioranza, adotta una legge di riforma costituzionale che limita i poteri presidenziali nelle nazionalizzazioni. Egli potrebbe reagire opponendo il suo veto ma sente di non avere sufficiente forza politica; al contempo, si rifiuta di promulgarla provocando l’accusa di comportamento anticostituzionale da parte dei democratici cristiani. I minatori riprendono gli scioperi che cessano solo dopo il riconoscmento, sia pure parziale, di quanto chiedevano; anche la riforma agraria procede tra mille difficoltà.

«Il 1971 si chiuse con un andamento economico, nonostante le difficoltà, positivo. Il reddito nazionale aumentò di circa l’8%. Già dai primi mesi dell’anno successivo l’inflazione riprese a galoppare, si acuì ancora di più il fenomeno della penuria di generi alimentari, aumentò il costo della vita al quale il governo rispose con un aumento salariale medio del 35%. In quel momento il dilemma dei comunisti, di Allende e della parte più consapevole di Unidad Popular fu: consolidar para avanzar o avanzar sin transar. E cioè compiere scelte meno radicali per consolidare l’azione del governo o spingere sull’acceleratore senza transigere. Allende e il partito comunista sostennero la necessità di adottare un programma meno radicale per tentare un accordo con il partito democratico cristiano, i socialisti di Altamirano, al contrario, si collocarono sulla sponda opposta. Fu questa la tenaglia che stritolò il presidente».

Il 1972 è attraversato da un’ondata di scioperi, manifestazioni violente, scontri tra dimostranti e polizia. Il Cile sta precipitando in un clima da guerra civile, che viene reso ancora più drammatico dagli scioperi promossi dai camionisti, come risposta all’intenzione del governo di costituire una impresa nazionale dei trasporti. Allo sciopero dei camionisti si uniscono i medici, gli ingegneri, gli artigiani, i piccoli e medi industriali.

«Allende diede le dimissioni per consentire la formazione di un nuovo governo. Era molto preoccupato della reazione dei militari e per questo motivo chiamò a fare parte del nuovo esecutivo Carlos Pratts, già comandante in capo dell’esercito, ora ministro degli interni. Altri due militari, l’ammiraglio Ismael Huerta e il generale dell’aviazione José Maria Sepúlveda furono rispettivamente ministri delle miniere e dei lavori pubblici. Per bilanciare la presenza dei militari entrarono a fare parte del governo anche alcuni rappresentanti della Cut, la Central unica de trabajadores. Nel dicembre Allende all’Onu, denunciò l’azione di destabilizzazione e Nixon si rifiutò di incontrarlo. Il 1973 iniziò con un atto di rottura a sinistra. Altamirano accusò i comunisti di arrendevolezza e di cercare l’intesa con il Pdc».

Il 4 marzo del 1973 si svolgono le elezioni politiche. Unidad Popular ottiene il 46% dei voti, un risultato considerato straordinario in quelle condizioni, ma il centro e la destra raggiungono insieme il 54%, la maggioranza assoluta, ma non sufficiente per destituire Allende, cosi come previsto dalla costituzione.

«Si formò un nuovo governo. Pratts, dimessosi da capo di stato maggiore dell’esercito, si ritirò in Argentina e venne sostituito da Augusto Pinochet, considerato da Allende persona fedele alla costituzione. Dopo la formazione del nuovo esecutivo si susseguirono ancora scontri di piazza, scioperi e, per la prima volta, la chiesa cilena criticò il governo per le scelte in materia di istruzione. Il congresso del Pdc portò il partito a una opposizione, dura e intransigente. Frei vinse agitando il fantasma dell’incombente pericolo di una dittatura comunista. Dai documenti della Cia, recentemente desecretati dal dipartimento di stato americano, risulta come da mesi fosse iniziata una cospirazione militare in accordo con la Cia, per liquidare Allende con ogni mezzo. L’unico ad opporsi fu il generale Bachelet, comandante dell’aviazione, arrestato e seviziato dopo il colpo di stato».

La generosa esperienza di Allende e di Unidad Popular volge al termine. I giornali e la televisione denunciano piani di sovversione del Mir, i cui militanti si starebbero addestrando a Cuba in vista dell’insurrezione generale mentre riprendono le manifestazioni delle donne della borghesia: la huelga de las cajarolas, lo sciopero delle casseruole. Il paese si dibatte tra l’anarchia sociale e continue manifestazioni di violenza, mentre l’economia è paralizzata. L’esercito e i carabineros sono quotidianamente impegnati in azioni di rastrellamento alla ricerca di armi nelle fabbriche che non saranno mai trovate… perché non esistevano. Allende tenta di nuovo una mediazione con l’opposizione attraverso il cardinale Silva Enriquez ma l’iniziativa non sortisce alcunché di positivo.

«Ripresero gli scioperi degli autotrasportatori mentre il 4 settembre il popolo di Unidad Popular, un milione di persone, sfilò in un’imponente manifestazione dinnanzi alla Moneda. Allende, in un ultimo disperato tentativo, propose di indire un referendum ma anche quest’offerta non trovò spazio per la intransigenza del Pdc e la contrarietà dei socialisti. La situazione precipitò. Il presidente tentò sino all’ultimo di impedire l’alleanza tra i conservatori del Pdc, l’estrema destra e l’esercito. L’11 settembre del 1973, alle 6 del mattino, la marina cilena occupò Valparaiso. Alle 13,58 l’aviazione bombardò la Moneda, dove si trovava Salvador Allende con i suoi principali collaboratori. Il presidente rivolse l’ultimo appello al popolo cileno e al paese e poi, per non cadere nelle mani di Pinochet e dei generali, si uccise».

In Italia nelle ore e nei giorni immediatamente successivi, le forze politiche democratiche si mobilitano.

«Ci riunimmo in assemblea in Largo Torre Argentina. Ricordo Arrigo Boldrini, Pietro Ingrao, Luciana Castellina, Riccardo Lombardi, Ferruccio Parri, gli amici dell’Ipalmo. Volti tristi, voci che si accavallano e che parlano di un tentativo di resistenza. Si dice che il generale Pratts, alla testa di una parte dell’esercito fedele ad Allende, stia marciando verso Santiago del Cile. Altri dicono come la radio abbia appena annunciato retate nei quartieri popolari e che i prigionieri sono ammassati nello stadio Nacional. Intervennero anche Giuseppe Santoro e Claudio Moreno, due alti funzionari del nostro ministero degli esteri per comunicarci che l’ambasciatore italiano era rientrato a Roma, ma a Santiago l’ambasciata italiana dava ospitalità a quanti, ricercati dalla polizia, chiedevano rifugio. Nella sala cala il gelo quando è data la notizia che in tutto il paese non vi sono stati tentativi di resistenza o combattimenti. Possibile non avessero il sentore del dramma che si stava abbattendo sulle loro teste? Ma quello era il momento della mobilitazione e della solidarietà, la riflessione critica venne successivamente».

La segreteria del Pci chiede a Renato di recarsi in Perù per partecipare al congresso dei comunisti e per contribuire all’organizzazione dell’espatrio dei profughi cileni. «Non appena diedi la notizia in famiglia, mia moglie non si dimostrò felice; anzi, ricordo una reazione stizzita. Mi rimproverò di essere rientrato da pochi giorni. Gli spiegai i motivi del nuovo viaggio e Lia, ancora una volta, diede prova di grande comprensione».

 

Autore: Rosso di Sera Mantova

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1 commento

  1. Ero lì anche io. A Valparaiso. Nel Partito Socialista-Nucleo Operai della fabbrica di birra.Ho fatto la clandestinità fino al 1976,quando un amico del nostro consolato mi avvisò che avevo 24 ore di tempo per andarmene sotto protezione diplomatica.Ho perduto compagne e compagni cari, ho visto cose che non avrei mai voluto vedere e fatto cose che non avrei mai voluto fare.Non sono mai più stato lo stesso.Per 8 anni qui ho lavorato in Cile Democratico, ma non sono più voluto tornare.Mi scrivo con i pochi rimasti o tornati lì. 2 sole considerazioni:
    Allende:sì ha pagato di persona, ma chi conduce un popolo non può condurlo disarmato alla morte in nome di un astratto “umanesimo”.
    Altamirano:”armatevi e partite”!Lui in salvo e noi lì solo con coltelli da cucina.Allora onore ai compagni del MIR rimasti a lottare.

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