Alberto Bonfietti


Stavo lavorando alla Biblioteca Teresiana sulla annate della Tribuna di Mantova giornale della federazione del PCI di Mantova, quando sfogliando l’anno 1968 per cercare tracce dei movimenti politico-sociali  trovo un articolo di Alberto Bonfietti dal titolo Potere Studentesco.

Ovviamente i ricordi di quegli anni hanno tentato di emergere, ma rimanevano sbiaditi, la sua tragica morte sovrastava tutto.

Allora ho pensato di ricercare il lavoro politico fatto da Bonfietti precedente alla sua morte partendo dall’articolo su Tribuna e vedere se ciò poteva portare ad un ricordo più concreto della vita politica di Alberto.

Sono emerse subito delle difficoltà perché sebbene Alberto abbia collaborato per diverso tempo sopratutto quando era responsabile di Lotta Continua del Triveneto, gli articoli del giornale non sono firmati.

Però credo si possa iniziare a pubblicare la pagina ,questo può consentire ad altri di fornire eventuale materiale in loro possesso inviandolo a info@rossodiseramantova.it.

Bruno Mori

Documento della questura di Trento (scusate non si riesce a caricarlo in modo corretto)

 

 

Un ricordo di Alberto Bonfietti

di Maurizio Panizza

Eppure, qualcosa del dramma di Ustica – così poco conosciuta in provincia prima di quel tragico tuffo in mare – è rimasto anche da noi: il ricordo commosso di Alberto Bonfietti, perito nel disastro, e la toccante testimonianza di Roberto Superchi che sul Dc9 Itavia aveva sua figlia Giuliana.

Era il 1967 quando un ragazzo alto e magro, con gli occhiali spessi e la fronte ampia, scendeva alla stazione ferroviaria di Trento.

Alberto Bonfietti.

Quello studente un po’ stranito e vestito in maniera vagamente hippy, veniva da Mantova e si chiamava Alberto Bonfietti. Come tanti altri ragazzi spinti dall’ansia di cambiare il mondo, era approdato in Trentino perché attratto dalla promettente Facoltà di Sociologia, la prima in Italia, avviata da pochi anni.

L’impatto iniziale con la città fu subito la partecipazione a un seminario sul primo libro del Capitale tenuto da Renato Curcio, in quegli anni studente modello.

Qui, a Trento – città del Concilio ancora piuttosto chiusa e bigotta – Alberto avrebbe conosciuto i grandi ideali di libertà, giustizia e uguaglianza; qui avrebbe iniziato a respirare l’aria della lotta di classe e poi partecipato attivamente a quello che passerà alla storia come il nobile, rivoluzionario e controverso movimento del Sessantotto.

Un periodo di grandi speranze, ricco di contatti e di confronti con la politica a cavallo fra il mondo studentesco e quello delle fabbriche.

Trento, 1969. Sit-in degli addii. In fondo a sinistra, seduto in maglione bianco, si riconosce Mauro Rostagno. Alla sua sinistra, Vincenzo Calì in giacca scura.

In un ricordo apparso su Lotta Continua il mese successivo alla tragedia, in giovane Mario Cossali così descrisse il suo primo incontro con Bonfietti.

«Quando lo conobbi mi metteva soggezione, era contrario alle imprecisioni, ai pressapochismi, era un duro.

«Sotto la scorza, però, la polpa era dolcissima: per farla emergere bastava una battuta, un bicchiere di vino buono, un riferimento più diretto alle relazioni personali, magari alle madri o all’amore.»

Dalle stesse pagine Ettore Camuffo (un altro attore della contestazione trentina, oggi sociologo) si rivolse direttamente ad Alberto con grande commozione.

«Una delle cose più belle che credo di avere vissuto con te è successa quando a Trento, vicini ad un passaggio a livello, siamo andati avanti al corteo degli studenti e abbiamo visto venire incontro gli operai con le loro bandiere.

«Ci siamo guardati e avevamo tutti e due gli occhi rossi, ci siamo detti «è bello vero?»

 

Alberto Bonfietti visse quegli anni da protagonista.

Lo fu prima a Trento, e successivamente in Lotta Continua per una decina d’anni, dalla nascita del movimento fino alla sua chiusura.

Tuttavia, Bonfietti fu un protagonista con uno speciale segno distintivo rispetto ad altri: quello di dirigente positivo e concreto, fine ed elegante nei modi, disilluso forse, ma comunque sempre molto preparato e apprezzato.

È per questo che ripercorrendo le numerose pagine che gli dedicò all’indomani della morte il «suo» giornale Lotta Continua (del quale furono direttori, fra gli altri, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Giampiero Mughini, Alexander Langer), oggi possiamo raccontare e comprendere chi fu realmente Bonfietti.

Nel corso di una manifestazione a Trento si vede Alberto Bonfietti, a sinistra, con il megafono.

Così lo ricordò Adriano Sofri, il 29 giugno 1980, in un lungo editoriale.

«Alberto Bonfietti in Lotta Continua ha avuto una parte determinante. Lui era tra le persone più ricche di ironia ma anche di serietà ch’io abbia incontrato e amato. Aveva una solida formazione politico-sociologica, si era addestrato sui classici, si impegnava sempre a dare alle idee che sosteneva una forma organica e coerente.

«E quando le riunioni finivano, Alberto era fra quelli di cui più si desiderava la compagnia e l’amicizia.

«Nel ’77 lo incontrai ancora [l’anno prima il movimento si era sciolto – NdR], in un periodo in cui per noi la rivoluzione cessava di essere un desiderio e non era ancora diventata un rimorso.

«Un tempo in cui si stava zitti e si aspettava: chi con più distacco, chi con più attenzione e speranza, Alberto fra questi e forse con più delusione.»

 

Di giorni più recenti è invece è la testimonianza che il prof. Vincenzo Calì, già Direttore del Museo Trentino del Risorgimento, ci ha consegnato.

«Alberto Bonfietti era una persona mite, aperta al dialogo e attenta a comprendere le ragioni dell’altro. Dal 1968 e fino alla fine dell’autunno caldo vivemmo in stretto contatto all’interno del movimento studentesco.

«Ci perdemmo di vista nel 1970, quando io partii per il militare e lui continuò il suo impegno all’interno del Collettivo veneto e del Comitato Nazionale di Lotta Continua.

«Si rifece vivo a Trento a fine anni Settanta, intenzionato a terminare gli studi interrotti e mi chiese di seguirlo nel percorso di ricerca per la tesi di laurea.

«Non aveva perso l’ironia e quel suo atteggiamento più da gentiluomo liberale che da contestatore.

«Scherzando, mi diceva che finita l’ubriacatura contestativa, il lavoro che si era cercato, quello di portiere di notte all’Hotel di Piazzale Roma a Venezia, gli lasciava ora molto tempo libero.

«Gli incontri per la tesi si fecero frequenti, fino a quel terribile 27 giugno in cui ci raggiunse la notizia della strage. Pochi giorni prima mi aveva annunciato un viaggio a Palermo per andare a trovare la figlia Silvia, di 7 anni.»

 

 

Quel lontano 1980 sarà un anno nerissimo, difficile da dimenticare per il nostro Paese. Infatti, a distanza di poco più di un mese dalla tragedia di Ustica, una bomba esploderà nella stazione di Bologna il 2 agosto e stavolta le vittime saranno 85.

Nel 1999 il giudice Rosario Priore – concludendo la più lunga istruttoria della storia giudiziaria del nostro paese – affermò: «L’incidente al Dc9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento. Il Dc9 è stato abbattuto».

Ma il nome di chi avesse eseguito l’abbattimento non c’era ancora e non ci sarebbe mai stato.

Nel frattempo era stata fondata l’Associazione dei parenti della vittime con a capo Daria Bonfietti, sorella di Alberto, e in quegli stessi anni anche Roberto Superchi, papà di Giuliana, stava combattendo come un leone per la verità.




 

 

Autore: Rosso di Sera Mantova

Condividi questo articolo

Rispondi