Attilio Zanchi segretario della Federazione del PCI di Mantova dal 1963 al 1965

Attilio Zanchi, difensore dei braccianti

Da sindacalista a protagonista della vita politica mantovana del dopoguerra

È morto ieri mattina a Milano Attilio Zanchi, un nome che riporta alla stagione politica e sindacale mantovana degli Anni 50-60, proseguita poi a Milano. Attilio, nato nel 1925, dopo gli studi navali a Napoli, era sfollato durante la seconda guerra mondiale a San Matteo delle Chiaviche, dove papà Gino era maresciallo dei Carabinieri. La mamma, Luigia Bosoni, era invece di Cogozzo.

Nel Viadanese, prendeva parte alla Resistenza, nel Partito Comunista Italiano e, dopo la Liberazione, guidava le lotte sindacali come segretario della Camera del Lavoro di Viadana, conducendo in prima persona le occupazioni bracciantili delle terre demaniali lungo il Po, che provocavano poi processi di massa.

A Mantova entrava nel direttivo della Federazione comunista, dirigendo anche il settimanale del partito “Il Progresso” partecipando alla vita amministrative quale consigliere in Provincia. Nei giorni dei fatti ungheresi del 1956 era stato il primo, con Renato Sandri e altri, a denunciare l’aggressione sovietica, atteggiamento che non era rimasto senza conseguenze personali.Diventa segretario della Federazione del PCI di Mantova dal 1963 al 1965. Successivamente, aveva ricevuto incarichi di partito in varie parti d’Italia, a Roma con Giancarlo Pajetta, per approdare infine a Milano, con ruoli culturali nel partito ma con una doppia legislatura in Consiglio provinciale, divenendone anche assessore.

Sempre al fianco la moglie, Elda, per 18 anni aveva dedicato il suo impegno, come uno dei fondatori, all’Associazione culturale Sassetti, in via Volturno, in quello che era il quartiere popolare dell’Isola. Coltivava però, insieme, il suo estro e passione per la pittura, in più di una personale, espressione di una continua ricerca, incoraggiata da artisti come Ibrahim Kodra ed Ernesto Treccani.

«Ci eravamo conosciuti – il ricordo della signora Elda – a San Matteo, il mio paese, nel 1945, proprio il giorno della Liberazione. Lo scorso 5 ottobre ricorreva il 67° anniversario del nostro matrimonio».

Attestazioni di cordoglio sono subito arrivate da Mantova anche al figlio Fabio, giornalista, sempre presente e attento alla vita culturale mantovana. «Di Attilio Zanchi – dice Renato Sandri – ho sempre ben presente la sensibilità culturale e la passione politica, manifestate con la schiettezza e l’irruenza tipiche del suo carattere. È stato un personaggio di indubbio rilievo in momenti difficili della vita

sociale e politica italiana

 

Pubblichiamo un’ intervista ad Attilio Zanchi

<<Giancarlo Pajetta? Lo hanno dimenticato>>

I ricordi di Attilio Zanchi, suo ex collaboratore.

Nell’ultimo suo “viaggio”, nel settembre del 1990, fu accompagnato dalla bandiera rossa con falce e martello e dalle note dell’Internazionale; il caso gli aveva risparmiato l’amarezza finale di veder cambiati il nome e il simbolo del “suo” Partito comunista, ipotesi a cui si era opposto con fermezza e che invece di li a poco si sarebbe concretizzata per volontà e opera di Achille Ochetto.

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della morte di Giancarlo Pajetta, deputato, esponente politico di primo piano del PCI e uno dei principali dirigenti della Resistenza, affettuosamente chiamato dai suoi cari “Gian” e più noto come il “ragazzo rosso”.

Cosa è rimasto oggi di questo combattente precoce, dotato di una forte carica polemica, che giovanissimo fu espulso da tutte le scuole del regno con l’accusa di avere svolto attività antifascista, che si forgiò nella lotta clandestina affrontando dieci anni di carcere con spirito battagliero, senza mai farsi piegare, né scendere a compromessi?

<<Lo hanno dimenticato, quasi come il suo soprannome di combattente garibaldino “Nullo”>> ci dice Attilio Zanchi, pittore ottantacinquenne di Milano, che ha avuto la fortuna di conoscerlo, prima come deputato eletto a Mantova e poi come suo collaboratore, negli indimenticabili anni Cinquanta, alla sezione “Stampa e propaganda” della direzione del Pci <<eppure erano in tanti nel partito a “strisciare” davanti alla sua porta>>.

Noi non crediamo che sarà ricordato in modo degno nel nostro Paese; allora vorremmo che lo fosse almeno in particolar modo qui in Val d’Ossola, perchè alla sua morte – avvenuta a Roma il 13 settembre 1990 – fu sepolto nel piccolo cimitero di Megolo (frazione di Pieve Vergonte -VB), nella tomba di famiglia con il padre, la madre e il fratello partigiano, Gaspare, che cadde combattendo il 13 febbraio 1944 ad appena diciotto anni, proprio a Megolo nella storica battaglia contro un reparto di tedeschi, in cui perse la vita anche Filippo Maria Beltrami, “il capitano” e dove Giancarlo era già stato per svariate commemorazioni.

Era nato a Torino nel 1911 e il suo incontro con il PCI avvenne a quattordici anni: al partito e alla lotta per i diritti dei più deboli, degli umili, degli oppressi, dedicò tutta la vita.

Nel 1948 era stato eletto alla Camera dei Deputati dove rimarrà fino alla morte, caratterizzandosi sia per la sua serietà e preparazione, sia per le sue famose performance polemiche (accompagnate spesso da vere e proprie incursioni nei banchi degli “avversari” politici). Fra le varie cariche nazionali ricoperte nel partito, di rilievo era stata quella di responsabile degli esteri che gli aveva consentito di rinsaldare i legami di amicizia con l’Unione Sovietica, ma pure – negli ultimi anni di vita – di diventare verso la presidenza Breznev un puntiglioso critico (le esperienze decennali come “diplomatico” sono racchiuse nel libro autobiografico “Le crisi che ho vissuto”).

<<Chi come me>> aggiunge Zanchi, <<gli è stato amico, può testimoniare la sua generosità, nonchè l’onestà intellettuale. Nel lavoro non si risparmiava mai, con i collaboratori era severo, ma regalava loro le opere che riceveva dai grandi pittori, i quali lo frequentavano non sempre disinteressatamente. La sua ironia era proverbiale e non tutti erano disposti a subirla passivamente. Ricordo un convegno nazionale degli amici dell’Unità, in cui egli interruppe un oratore che aveva iniziato affermando “Scusate se dirò cose banali”. “Se sono cose banali – intervenne Pajetta – è meglio tacere”>>.

Le ultime ore della sua vita le trascorse alla festa dell’Unità di Roma, rilasciando poi un’intervista al “Mattino” di Napoli, che racchiudeva amare considerazioni sulla crisi del PCI: riteneva la scissione del partito una tragedia. Disse: “Neanche in carcere ho sofferto tanto, questo è il momento peggiore della mia vita”.

<<Così si espresse il grande e caro “ragazzo rosso” che, se fosse ancora tra noi>> conclude Attilio Zanchi, <<credo esternerebbe tutta la sua amarezza per la politica di oggi, per la trasformazione e la disfatta del partito in cui ha militato e per l’emblematica chiusura della sede di Botteghe oscure, dove ho avuto l’onore di incontrare uomini di tempra speciali come lui>>.

Il ricordo di Fabio Zanchi in memoria del padre Attilio in occasione del funerale.

Ieri, frugando nella ricchissima libreria di mio padre, ho trovato una poesia di Majakovskij, un poeta che Attilio ha amato e studiato tantissimo: “La vita e io siamo pari / inutile elencare / offese, / dolori, / torti reciproci. / Voi che restate siate felici”.

Mi è sembrata la migliore per una giornata come quella di oggi. All’inizio non ho capito neppure perché.

Poi ci ho ragionato. E ho cominciato a capire.

Oggi siamo qui a salutare Attilio, una persona eccezionale. Lo dico non perché sia mio padre.

Eccezionale deriva dal latino excipere: uscire dalla regola generale, caso che esce dalla regola comune.

Ebbene, la vita di Attilio esce dalla regola generale. Attilio è un caso che esce dalla regola comune.

Si è fatto da solo, perché ha perso il padre a soli nove mesi.

Era di estrazione liberale, ed è diventato uno dei leader del movimento democratico legato al Pci e poi uno dei dirigenti di quel partito.

All’interno del Pci è sempre stato una delle voci dissonanti, critiche, costruttivamente critiche.

Al termine della sua carriera politica ha saputo reinventarsi una vita, diventando pittore e organizzatore culturale in una città complessa e complicata com’è Milano. Non proprio un sobborgo.

È stato una persona elegante e raffinata, capace di mantenere, sempre, un  legame solido con la base. Con il popolo. Con gli strati umili della popolazione, ricchi di una sola ricchezza: la propria intelligenza, la volontà di progresso.

Tanti di voi l’hanno conosciuto prima di me. Eravate e siete la sua gente. Quella che si spostava di paese in paese “parché incoeu a gh’è an comisi ad Zanchi”. Zanchi era quello che nel ’56, insieme ad altri del Pci, si oppose all’intervento sovietico in Ungheria. Quello che  si oppose a Secchia che gli chiedeva un’autocritica pubblica, semplicemente dicendogli: “Io non faccio nessuna autocritica”. Quello che venne “deportato” a Roma, per questo atto di autonomia intellettuale. Quello che nel ’64, di fronte a un episodio di corruzione a carico di un vicesindaco comunista,  fece saltare tutti i consiglieri comunali di quel partito e rinnovò radicalmente la rappresentanza consiliare.

Stargli vicino non era semplice. Anzi, era un’impresa. Però era stimolante. Sia per i suoi compagni di partito, sia per i suoi familiari. Proprio ieri ho incontrato uno dei suoi allievi: Vittorio Carreri. Mi ha detto alcune parole meravigliose: “Noi eravamo dei semplici rompiballe. Lui ci ha insegnato a diventare degli amministratori pubblici”.

Lui era quello che si era battuto a fianco a fianco dei braccianti. Che aveva subito diciassette processi per tutelare i loro diritti: sempre assolto. Era quello che li conquistava con comizi straordinari. In cui la forza della parola dava loro la forza di immaginare un futuro migliore e radioso per i loro figli: un rivoluzionario di professione. Una persona straordinaria.

Papà non è mai stato un uomo facile. Come poteva esserlo uno che lavorava alla costruzione di un mondo migliore? Accanto, per 67 anni, ha avuto una persona eccezionale come lui, forse più di lui, la Elda. Cui deve tutto: la gestione della famiglia durante anni in cui il Pci non aveva neppure i soldi per mantenere i propri funzionari; la cura della famiglia, come si imponeva a chi aveva il compito di costruire un Paese migliore; la guida di chi, come Attilio, avendo altro cui pensare non aveva tempo di badare alla quotidianità.

Essergli figlio non è stata impresa semplice. Intanto, perché come nelle società arcaiche,  si nasceva con il patronimico. Qui, in queste terre, la mia identità è stata definita sempre in rapporto con la figura paterna. Lui era Zanchi. Io, Zanchén. Lui l’archetipo. Io, un suo prodotto che doveva riuscire a tenere il confronto.

Dovete sapere che il Pci di quegli anni, oltre a essere un’entità politica era anche un’entità morale.  E quindi chi apparteneva a quell’universo doveva dimostrare di esserne degno, doveva essere d’esempio al resto del mondo. Gara faticosa, a tratti impossibile. Scuola seria, severa, a tratti insopportabile. Ma in grado di forgiare una dirittura morale di cui essere orgogliosi. Io non so se sono stato all’altezza di questa impostazione. So, però, che ogni volta che guardo negli occhi i miei figli mentre parlano del loro nonno Attilio vedo una luce di ammirazione che mi dice che il nonno ha ben seminato. Ha insegnato, soprattutto, che bisogna pensare con la propria testa, costi quel che costa, e agire di conseguenza. Una vita con la schiena diritta.

Per questo lo ringrazio. Da figlio. Da uomo adulto.

E gli sono grato per quell’augurio: “Voi che restate, siate felici”.

E voi che l’avete conosciuto, serbatene un bel ricordo.

 

Autore: Rosso di Sera Mantova

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1 commento

  1. Grazie al figlio Fabio Zanchi per questa testimonianza e grazie a voi per queste illuminanti note biografiche. Grazie soprattutto a lei, Attilio Zanchi per ciò che mi ha insegnato nel biennio 2007-2009 presso l’associazione Sassetti- Cultura e per l’opportunità concessami di imparare e fare esperienze con le mostre e i convegni che abbiamo organizzato. Grazie per avermi fornito un esempio di correttezza politica e culturale indipendentemente dall’ ideologia comunista o dei partiti e ancora grazie per la lucidità con cui considerava i fatti storici e politici nelle nostre chiaccherate invernali. Grazie per essere stato anche per me un anziano maestro di vita.

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