Berlinguer a Mantova – 1983

Nel I978 e nel I983 si tennero a Mantova due straordinarie Feste Nazionali del’Unità dedicate ai temi della cultura e della valorizzazione dei beni monumentali e storico-artistici.

Nel luglio del 1983, due furono le manifestazioni che suggellarono il valore e il successo della Festa:
la celebrazione del cinquecentesimo anniversario della morte di Raffaello Sanzio, tenuta dallo storico e critico d’arte Giulio Carlo Argan allora sindaco di Roma, nella Sala dei cavalli di Palazzo Te, e il comizio conclusivo di Enrico Berlinguer che si svolse in una piazza Sordello gremita di cittadini, mantovani e venuti dalle province limitrofe.

In entrambe le occasioni, Mantova venne invasa da migliaia di visitatori e il suo centro storico, le sue piazze, le sale più prestigiose si aprirono ai cittadini, a manifestazioni collettive, agli spettacoli di massa.
Allora, per la prima volta, venne proposto un uso del centro storico diverso dal passato; o forse è meglio dire che il centro storico venne vissuto per davvero.
Queste iniziative crearono le condizioni per valorizzare uno straordinario patrimonio d’arte e fare conoscere Mantova nel mondo.
E Mantova è apparsa sempre di più come il luogo deputato di una utopia positiva … la città del progetto per eccellenza.

 

Testimonianza di Emanuela Adriani

 

Gentile Direttore,

dopo aver visto il documentario di Veltroni su Enrico Berlinguer ho provato una forte emozione dettata dal fatto di aver vissuto intensamente quegli anni.

Per questo, vincendo l’imbarazzo e la tutela gelosa del ricordo, ho parlato con i miei figli,con amici e con studenti di quel Berlinguer che io ho conosciuto in quel lontano 9 luglio 1983.

Avevo 23 anni e frequentavo gli ambienti dei giovani comunisti di Mantova.

Il mio impegno politico era più dettato dall’educazione ricevuta ,volta a  farmi crescere con un senso di responsabilità civica, che non da una passione vera e propria.

La mia passione era la storia dell’arte,in particolare amavo l’arte della mia città.

Iscritta a Lettere a Bologna ,con alcuni amici, avevo dato vita ad una cooperativa di servizi ,la CO.S.MA. Molti di noi,e io tra questi,svolgevano l’attività di guide turistiche.

Questo fu il motivo per il quale l’allora segretario del P.C.I. di Mantova,Roberto Borroni, mi contattò e senza nemmeno aspettare una risposta mi disse che avrei accompagnato Enrico Berlinguer a Palazzo Ducale in occasione della sua visita a Mantova per la Festa Nazionale dell’Unità sui Beni Culturali.

Con coraggio aveva pensato che l’accompagnatore dovesse essere una giovane ragazza e non uno studioso oun’ accademico.

Di questo non posso che essergli grata.

Ricordo la mia ansia ma anche la gioia e gli incoraggiamenti di chi mi stava vicino.

Il 9 luglio era una giornata calda e afosa,di quelle che solo i mantovani sanno sopportare.

Arrivò con al seguito un nutrito gruppo di persone addette alla sua sicurezza eal servizio d’ordine.

Anch’ io lo ricordo come nel documentario di Veltroni…magro,con abiti essenziali sempre troppo larghi.

L’atteggiamento era quello di chi voleva scusarsi per il disagio che la sua autorevolezza comportava.

Lo attendeva una folla che io a memoria non ricordo in nessuna altra circostanza (forse in occasione della venuta del Papa?),lui vigoroso nella mitezza, tenero nella sua serietà.In ascolto.

Iniziai a illustrargli alcune parti del Palazzo.Da lui grande interesse e domande curiose ma sempre incoraggianti.

Ricordo che all’uscita rimasi bloccata dietro di lui da persone che volevano parlargli o forse solo salutarlo.Tatò mi sollevò e mi portò di nuovo vicino a lui che si fermò ad attendermi e mi tenne a lungo vicino a sé stringendo il mio braccio con un senso di protezione  paterna.

Ora riguardo dopo molto tempo la foto che mi ritrae con lui e non posso che commuovermi nel vedere la sua attenzione e la sua umiltà nel fare posto tra i suoi pensieri per le parole di una ragazza di 23 anni che aveva avuto il privilegio di parlargli.

Non ricordo altri dettagli.

Sono d’accordo con chi nel film dice che con lui è morto il senso della parola comunista.

Una parola che sapeva di buono e di onesto ,una parola che pensavamo indicasse qualità proprie di un’aristocrazia etica e i pensiero in grado di guidare gli umili verso un riconoscimento della propria dignità di uomini

Dopo la sua morte non ho più sentito questa comune appartenenza.

So che allora avevamo la sensazione che fosse un giusto e che stare con il PCI di Berlinguer  fosse stare dalla parte dei giusti.

Dopo la sua morte non ho più avuto questa sensazione.

 

Berlinguer in visita al palazzo Ducale 1983

Quello che segue è il testo integrale dell’intervento di Enrico Berlinguer che parte al minuto 28


 

Ringrazio e saluto affettuosamente, per la vostra presenza e per la vostra accoglienza, tutti voi cittadini di Mantova, compagni e compagne della sua provincia e voi compagni venuti dalle province vicine della Lombardia, dell’Emilia e del Veneto.
Ringrazio in particolare i compagni di Mantova per il modo in cui hanno organizzato questa Festa Nazionale dedicata al tema della difesa e della valorizzazione dei beni culturali .
il fatto che il partito nostro, che rappresenta in così larga misura la classe operaia e il popolo lavoratore, manifesti una crescente consapevolezza per il ruolo decisivo della cultura ha un significato che credo non sfugga ad alcuno di voi .
Le forze conservatrici hanno visto e vedono nella cultura soltanto uno strumento; strumento, nel miglior e dei casi, per l’acquisizione del dominio sopra la natura e, nel peggiore dei casi, per il mantenimento del privilegio e del dominio dell’uomo sull’uomo.
Per le forze progressiste e rivoluzionarie, per noi comunisti , la cultura è un’altra cosa.
È risorsa indispensabile per lo sviluppo ed è anche e soprattutto una finalità del vivere sociale degli uomini .
La cultura è per noi leva determinante ed essenziale non per il domini o ma per la liberazione di ogni singolo individuo e della società nel suo complesso.
Quanto più avanza la conoscenza scientifica e quanto più sofisticate si fanno le tecniche tanto più assurdo appare il ruolo marginale assegnato alle forze della cultura e del sapere.
Coloro, a cominciare dai dirigent i democristiani , che ci volevano insegnare la modernità (lo ricordate durante la campagna elettorale) non hanno speso neppure una parola dei loro programmi sulle questioni della vita e dell’organizzazione della cultura .
Questa non è soltanto espressione di vecchiezza, è anche espressione di una concezione della vita, della società, dello sviluppo economico.
in una tale concezione l’uso della razionalità deve intervenire solo dopo lo spontaneo manifestarsi dei fenomeni sociali , ma questa concezione non fa i conti con il livello raggiunto dalle conoscenze in ogni campo ed è orma i ovunque necessaria una capacità di previsione e di programmazione e tale capacità vuol dire rapporto continuo tra politica e conoscenza, tra istituzioni democratiche e mondo della cultura e del sapere.

Autore: admin

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