Brevi filmati :festa provinciale dell’Unità al ponte di Borgoforte;

Primi anni ‘7o le feste provinciali del PCI mantovano si fanno in riva al PO di Borgoforte, vicino alla balera da “Bigiola”, il piccolo porto e tanti pioppeti.

Gli stand dei ristoranti si facevano sotto i pioppeti, l’area comizi era di fronte alla balera con la pesca e lo stand dei libri. Tanti compagni e compagne che gestivano la festa.

Il comizio era il finale della festa , sempre partecipato e atteso.

Qui vediamo brevi filmati d’epoca dei comizi degli onorevoli: Chiaromonte, Triva e Sandri, purtroppo non vi è sonoro, ma resta ugualmente una testimonianza importante.

Aspettiamo i commenti, i ricordi di chi vi ha partecipato.

La Pesca di Borgoforte

L’anno? Non lo ricordo. Ma vivo ancora come un incubo Enrico De Angeli che, come un negriero, incalzava, sia pure in modo affettuoso (?), noi poveri iscritti alla gioventù comunista. Pretendeva maggiore lena nel lavoro al fine di raggiungere-lo-storico-obiettivo-nei-tempi-stabiliti: “Quando inizia la Festa de l’Unità possono mancare le tovaglie ma lo stand della Pesca deve essere pronto”. Ovviamente Pesca con la P sempre maiuscola.

Gli stand  non somigliavano affatto alle tensostrutture che oggi vengono utilizzate nelle feste: pratiche e flessibili, aerodinamiche e in acciaio leggero,  zincato o “verniciato a polvere per una installazione solida e sicura” come recita la pubblicità.

Lo stand della Pesca di Borgoforte era l’esatto contrario: piloni di ghisa, traversine di ferro, copertura di lamiera. E se qualcuno di noi protestava e invocava stand più leggeri veniva così zittito: “ Il peso è garanzia di robustezza e stabilità”.  Erano gli anni in cui prima di venire  candidati nel comitato direttivo di sezione bisognava dare prova di spirito di sacrificio e di abnegazione: diffusione de l’Unità tutte le domeniche, almeno un chilometro di salamelle arrostite, qualche migliaio di volantini diffusi davanti alle fabbriche.

Riprendo il filo del discorso: il montaggio dello  stand della Pesca. Il problema non si poneva solo nella fase dell’assemblaggio ma sin dal momento in cui ci recavamo nel deposito dove lo stand era custodito: un capannone situato a Gonzaga. Per anni ho maledetto quel luogo buio, dove era accatastato in modo caotico di  tutto: materiale delle feste e delle sagre, attrezzi antidiluviani, masserizie di chissà quale epoca storica.

Animati da un coraggio leonino, e sempre sotto la guida sicura di De Angeli, entravamo, certi che prima o poi ci sarebbe piombata sulla testa una sedia o saremmo inciampati  contro un pezzo di tubo innocenti,  morsetto incluso.

Muoversi all’interno di quel caos primordiale non era semplice e ho sempre pensato che solo il nano Bagonghi sarebbe potuto uscirne illeso.

Noi strisciavamo, poi ci alzavamo in piedi e percorrevamo qualche metro evitando di battere la testa contro un lampione ( sempre di ghisa) che pendeva dal soffitto, infine, dopo avere trattenuto il respiro per passare attraverso un  pertugio, giungevamo alla meta: lo stand smontato. Mi sono sempre chiesto per quale ragione lo stand non venisse sistemato vicino alla porta d’ingresso del capannone: “Per temprare l’animo e il corpo non c’è altra via che la sofferenza, dicevano”. Eppure ci divertivamo: eccome! Erano pezzi delle nostre vacanze di studenti squattrinati. E le giornate di lavoro si concludevano sempre alla trattoria da Bigio (o Bigiolla?): luogo sacro dove Bigio ricordava di aver servito, nel 1965, tortelli fumanti, nelle pause delle riprese del film “Le stagioni del nostro amore”,  all’attore Enrico Maria Salerno e al regista Florestano Vancini.

Ho un altro ricordo delle feste a Borgoforte ma anche in questo caso non rammento l’anno: una rappresentazione teatrale ( di cui mi è sempre stato ignoto il titolo) ma di cui ricordo perfettamente il contenuto: una critica tagliente e impietosa alla società dei consumi e agli italiani che ne erano restati vittime. Comicità allo stato puro. Non dimenticherò mai, in proposito, Maurizio Bertolotti, successivamente storico serio e rigoroso, entrare in scena così  agghindato: maschera con boccaglio in testa, canottiera a mezza gamba a righe ( perfetta imitazione di quelle che venivano indossate in spiaggia ai primi del ‘900), cinto in vita da un salvagente a foggia di ochetta, pinne ai piedi. E una volta in scena urlava: Tutti alle isola Samoa, tutti alle isole Samoa”. Si, ci divertivamo proprio.

  Bobo

 

 

 

 

 

Autore: Rosso di Sera Mantova

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