CGIL – VII Congresso Provinciale – marzo 1965

 

Congresso provinciale CGIL 18-19 marzo 1965

Per il progresso economico e civile della collettività Mantovana, documento della Camera Confederale del Lavoro per il VII congresso provinciale.

In questa relazione si presentano diverse novità ed intuizioni rispetto a quella precedente del 1960. Viene approfondito l’aspetto della dinamica della popolazione ed in particolare la lettura dei flussi (e)migratori come fattore strutturale del cambiamento sociale in atto. Anche il rapporto tra modello di sviluppo produttivo ed infrastrutture trova una proposta nuova ed “innovativa” anche rispetto agli anni successivi. A fronte del solito coro generale di richiesta di infrastrutture per avviare lo sviluppo economico viene proposta la tesi di realizzare le infrastrutture come supporto ad una crescita produttiva esistente che va accompagnata da dotazioni infrastrutturali orientate. Vengono modificati i termini della questione che ancora oggi rimangono attuali. Anche la strategia sindacale trova forti elementi di novità. Inoltre vengono presentate, anche se brevemente le prime lotte generali contro il neofascismo, la democrazia che anticipano quelle poi sviluppate nel ’68. Di particolare originalità è anche la richiesta del sindacato di attivare politiche industriali connesse all’assetto del territorio chiedendo un Piano Regolatore Intercomunale (ancora oggi non esiste…) per individuare una nuova grande area industriale a sud di Mantova. Tutti temi che aprono la strada alle rivendicazioni dei decenni successivi.

Parte prima: la situazione economica della provincia di Mantova e le proposte della CDL Camera del lavoro per il suo sviluppo

Alla data del censimento 1951 gli abitanti della nostra Provincia erano 424.753:  al 31 dicembre 1963 ne risultavano residenti 381.424 con una diminuzione, quindi, superiore alle 43 mila unità. Se Mantova fosse una città del meridione o situata al centro di una realtà altamente depressa queste cifre non desterebbero alcuna sorpresa. “Ma Mantova non è nel mezzogiorno, né in una zona sottosviluppata. Si trova in Lombardia, a non eccessiva distanza da Milano, in quella regione dell’Italia caratterizzata, nel secondo dopoguerra, dal più tumultuoso sviluppo economico che la storia del nostro paese ricordi. Per quali ragioni, dunque, l’industria non è riuscita ad assorbire tutte le unità lavorative uscite dall’agricoltura e la provincia Virgiliana è stata quindi interessata, in così rilevante misura, da fenomeni di esodo e di massa dalla sua popolazione, mente centri vicini in pochi anni hanno raddoppiato o triplicato la propria?”.

Sul tema della produzione manifatturiera, è importante sottolineare la riflessione che viene fatta nel rapporto tra presenza infrastrutturale e sviluppo economico che molto spesso viene ripetuto anche nei decenni successivi, ma che in questo caso viene letto criticamente con una prospettiva molto più concreta. Infatti ” è anche oggi opinione abbastanza diffusa che le cause di questo insufficiente sviluppo debbono soprattutto ricercarsi nella mancanza di infrastrutture adeguate, tali da collocare nella nostra provincia su posizioni di parità, se non di privilegio, rispetto ad altre. Mantova, si dice è “isolata”, esclusa dalle grandi linee di comunicazione stradale, autostradale e ferroviaria e perciò tagliata fuori dalle grandi correnti di traffico interne ed internazionali. Da tale premessa deriva una logica conseguenza: reinserendo (è il caso di usare questo vocabolo, perché in passato la nostra città si trovava in condizioni ben diverse dalle attuali sotto tale profilo) Mantova in un sistema viario, ferroviario idroviario efficiente dovrebbe essere assicurata la crescita. “A nostro avviso tale ragionamento pecca di semplicismo. Innanzitutto non si può credere all’automatismo di certi processi: magnifiche autostrade o linee ferroviarie elettrificate a doppio binario attraversano in Italia zone ancora più depresse ed economicamente degradate di quanto non sia Mantova appunto, non si possono dimenticare gli effetti deludenti della politica di potenziamento delle infrastrutture inizialmente perseguita della cassa del Mezzogiorno. In secondo luogo, anche i più tenaci fautori dell’Autostrada del Brennero o delle idrovie padane dovrebbero sempre tenere presente che oggi Mantova può a giusta ragione rivendicare l’autostrada o l’idrovia proprio perché le sue strutture economiche produttive si sono evolute negli ultimi anni, perché oggi la nostra provincia non è più quella del 1951 o del 1930 ma si è trasformata profondamente… Rovesciando completamente i termini in cui viene solitamente posto il problema, noi ci muoveremo dalla premessa che il futuro di Mantova è condizionato da un ulteriore trasformazione potenziamento delle sue strutture e che il discorso delle infrastrutture (che pure di notevole importanza) non ne è la base di partenza ma è il logico coronamento.”

Nell’analisi economica si trova anche un nuovo capitolo importante, non presente nelle relazioni dei congressi precedenti, che riguarda l’analisi molto dettagliata della dinamica del reddito procapite provinciale. Da qui, invece, in questa occasione, vengono analizzati gli anni che vanno dal 1951 al 1963 attraverso i numeri indici predisposti dall’Unione delle Camere di Commercio italiane che cominciano a mettere in evidenza gli indicatori dello sviluppo economico locale. In particolare si analizza che “l’incremento in termini reali in questi 13 anni è dunque del 68,5% (5,7% annuo). Analogamente si può procedere per tutti i dati intermedi per osservare le diverse variazioni nel tempo. L’incremento in termini monetari del reddito procapite Mantovano è stato del 156,4% e l’aumento invece in termini reali e cioè depurati dall’inflazione è stato però solo del 87,7% considerando il potere d’acquisto delle diverse lire negli anni analizzati. Il reddito pro capite mantovano era nel ‘51 pari al 99,5% della media nazionale, al 63,6% della media Lombarda, al 45,3% del corrispondente dato della provincia di Milano. Nel 1963 esso era salito al 102,4% della media nazionale al 71,8% della media Lombarda al 45,6% della provincia di Milano come risulta dalla tabella terza a pagina 11. La relazione osserva come “si vede, un certo miglioramento via stato, anche se, assumendo il reddito procapite come parametro dello sviluppo, non solo economico, ma insieme civile sociale, la distanza che separa Mantova dalle zone più evolute rimane ancora sensibile. Nel paragrafo che analizza la ripartizione del reddito tra le macro categorie si nota come dal ‘51 a ‘63 v è stato un netto spostamento da settore agricolo a quello industriale-commercio con uno scarso ruolo invece dei servizi professionali e della pubblica amministrazione. L’industria passa dal 38,3 per cento al 52% del 1963.

Il successivo paragrafo riprende la questione della popolazione dove si sostiene che “il saldo passivo di circa 50.000 unita si può ragionevolmente dedurre che il numero dei cittadini mantovani che hanno abbandonato le nostre terre è stato notevolmente superiore in quanto non sono mancati in questi anni immigrazioni dal meridione dal Friuli e dal Polesine. I dati su riferiti ci dicono che vi è stato in 13 anni, in vari paesi, sicuramente considerati, un ricambio di popolazione pari a circa due terzi di quella totale, il che può dare con buona approssimazione la misura del autentico sconvolgimento sociale avvenuto in provincia nel dopoguerra”.  Il saldo del 50.000 abitanti in meno non descrive invece la grande rivoluzione migratoria della provincia. Ad essa va associato il fenomeno dell’immigrazione dal sud Italia che e da altre regioni che stravolge il tradizionale localismo contadino e impone un salto di integrazione culturale che in molti non riescono a fare per molto tempo. La segregazione e la ghettizzazione si presenta già in quegli anni.

A questo punto della relazione vengono esposte le prime conclusioni proponendo una lettura strategica della situazione socio economica. “La nostra provincia si trova ora ad un punto critico, che deve essere valutato con la massima attenzione; senza voler drammatizzare artificialmente le cose, l’alternativa che ci si presenta e delimitata da due possibilità: o un nuovo rilancio di Mantova sul terreno del progresso economico e civile, per riuscire finalmente ad allinearla con gli altri centri e livelli di vita e di lavoro più elevati degli attuali, oppure, per l’ennesima volta nella storia, una lenta e progressiva degradazione (anche se in termini relativi e non assoluti), dopo un periodo di fittizio splendore. Il miracolo tra “Mantovano è durato pochi anni e la sua spinta si esaurita prima degli avvisagli di crisi sul piano nazionale. Il movimento operaio della nostra terra deve dare una risposta.”

Pagina 17 seguono poi gli approfondimenti di alcuni settori economici quali l’agricoltura con molti dati dettagliati sull’evoluzione della sua attività e con i finanziamenti del Piano Verde per supportare la riforma agraria.

Nel paragrafo dell’Industria si ricorda che “l’industria è il settore di attività che si è maggiormente sviluppato nel secondo dopoguerra, in provincia di Mantova. Sbagliano però quanti sono portati a sopravvalutare tale fenomeno poiché il processo di industrializzazione è stato piuttosto discontinuo e contraddittorio. Esaurita la spinta della ricostruzione che ha per sua massima parte contribuito a rimettere in opera gli impianti preesistenti al conflitto mondiale, si è dovuto attendere sino al 1955-57 prima di veder sorgere nuove iniziative, mentre già alla fine del 1962 ha cominciato a verificarsi un calo preoccupante nel ritmo di nuovi insediamenti, sino a giungere alla quasi completa stagnazione del 1963 e del 1964..…. il punto di massima espansione si è avuto nel periodo 1958-1962, in cui il piccolo “boom” mantovano ha cominciato ad interessare, oltre al capoluogo ed alcuni centri tradizionalmente considerati “industriali”, comuni come Castiglione delle Stiviere, Viadana, Dosolo, Roverbella, Bozzolo, Revere, Castelgoffredo, Medole, ed una quindicina di paesi minori, ove la politica di incentivazione promossa dalle amministrazioni locali ha dato qualche frutto. 
Segue poi una interessante analisi degli investimenti industriali e degli sviluppi che vi furono In quegli anni citando i casi di Edison, della cartiera Burgo, della OM di Suzzara, della Lubiam e di altre anche se gli imprenditori mantovani hanno largamente utilizzato i contributi pubblici offerti dalla cosiddetta legge Colombo, la n. 623 del 1959.

“Scarsamente efficace è stata la legge sulle aree depresse, poiché negli ultimi tempi, si è assistito ad un vero e proprio inflazionamento di riconoscimenti in tal senso. I comuni che se ne sono particolarmente avvantaggiati sono stati quelli della zona collinare, Castiglione-delle-Stiviere, in primis, che vantano, rispetto agli altri, una notevole priorità di fruizione dei benefici da essa derivanti. Pure da considerarsi abbastanza scarso l’apporto di capitale straniero. L’apporto della Monsanto Chemical, Ohio che ha peraltro ritirato nel 1964 le proprie partecipazioni, è stato uno dei grandi fattori determinanti per l’insediamento della Edison nella nostra città; la raffineria ICIP è emanazione di gruppi finanziari italo-francesi (OZO prima ed ora Total), dopo l’avvenuta fusione con il gruppo Aquila). Per il resto le partecipazioni di capitale straniero sono modestissime.

Segue poi un’analisi anche del settore del commercio con la relativa riduzione delle imprese e l’aumento degli occupati.

Nel capitolo sull’evoluzione della congiuntura economica nel 1964 si osserva che a partire dalla primavera-estate del 1964 si è assistito a rilevanti contrazione nella manodopera occupata ed una forte riduzione della durata del lavoro. Nel mese di ottobre 1964la Camera del lavoro effettuava un’indagine campionaria, compiuto su 84 aziende, per un complesso di 9769 dipendenti: di questi, ben 4807 (circa il 49%) erano stati interessati a fenomeni di licenziamento, di sospensioni a zero ore dal lavoro di riduzione di orario. Nei mesi di novembre e dicembre la situazione ancora peggiorata, poiché alcuni fra i maggiori complessi della provincia avevano variamente prolungato la normale chiusura di fine anno. Secondo una stima approssimativa più per difetto che non per eccesso, la perdita totale di salario subita dagli operai mantovani per motivi congiunturali nel 1964 si può calcolare attorno ai due miliardi e mezzo di lire vale a dire circa l’89 % del monte salari globali del settore.

Da pagina 35 iniziano i capitoli che sviluppano le proposte della CGIL nei diversi settori agricoltura e industria. A questo proposito è da notare come in un passaggio si richiami che “l’unica soluzione possibile attuabile per risolvere il problema della disoccupazione sembra un intervento del ministero delle partecipazioni statali, per dotare la nostra provincia di un complesso di grandi dimensioni, in un settore dell’Industria di base o della produzione di beni strumentali. La provincia di Mantova è sinora stata completamente ignorata dall’industria di stato, che ha dirottato altrove i propri programmi di investimento. Sperare che a tale mancanza possa sopperire l’iniziativa privata è troppo aleatorio. Non rimane quindi che esercitare ogni pressione perché l’ambito della programmazione nazionale, si tenga conto di queste esigenze anche ai fini di realizzare una distribuzione perequativa di investimenti in quelle zone, come Mantova, over ormai si sono dimostrati i limiti dell’assunzione spontanea di iniziative.

Per quanto riguarda il capitolo delle infrastrutture si ritiene opportuna la creazione di una nuova zona industriale a sud di Mantova, nel comprensorio delimitato, pressappoco dai comuni di Virgilio Bagnolo San Vito e Borgoforte. La realizzazione pratica di questa iniziativa deve ovviamente avvenire attraverso l’elaborazione di un piano regolatore intercomunale. Tale Nuova zona, oltre ad assicurare migliore razionalità di disposizione e di servizi rispetto a quella situata a nord-est di Mantova, verrebbe a trovarsi al centro di una zona attualmente abbastanza depressa, colpita da forti e migrazioni e povera di iniziative, e potrebbe esercitare quindi una benefica influenza anche nei comuni di Motteggiana di San Benedetto Po… …il miglioramento delle comunicazioni dovrà appoggiare oltre sulla realizzazione dell’autostrada del Brennero, su potenziamento della rete ferroviaria che serve la provincia di Mantova attraverso alcuni provvedimenti da inserirsi nel piano di ammodernamento delle aziende FS: raddoppio della linea Verona-Mantova-Modena e su eventuali rettificazione, rafforzamento delle armature sulla Cremona Mantova-Monselice statizzazione dei tronchi Suzzara-Ferrara Suzzara-Parma. Infine viene richiamata la necessità di sviluppare il trasporto pubblico in tutta la provincia per sviluppare migliori servizi dell’APAM e dall’altro lato ampliare l’istruzione professionale finalizzata alla formazione dei giovani per l’inserimento nel lavoro.

La relazione ha poi una seconda parte intitolata “la contrattazione sindacale, la nostra organizzazione e il patronato INCA” dentro il quale vengono sviluppate le linee di rivendicazione da articolare nella provincia.

“ormai avviato a consolidarsi il processo di industrializzazione e migliaia di operai che per la prima volta erano stati introdotti nel nuovo processo produttivo cominciavano a prendere coscienza della loro condizione, della realtà della fabbrica o dello stabilimento (forse, come abbiamo messo in rilievo, la grande industria non è certamente molto rappresentata nella nostra provincia) e quindi dei problemi connessi alla conquista di un diverso moderno rapporto di lavoro non vi è stato in questi anni complesso industriale di una certa dimensione, che non sia stato interessato a lotte rivendicative articolate. Le cifre parlano chiaro: tra il 1960 e il 1964 sono stati conclusi in sede locale 153 accordi provinciali o da aziendali che hanno fruttato in termini salariali un maggior guadagno valutabile inoltre 1.600.000.000 di lire per il settore industriale e commerciale……

infine “se grande, veramente è stato l’impegno in direzione della soluzione delle vertenze contrattuali di categoria, non meno elevato è stato l’apporto dato dai lavoratori mantovani alle lotte per la democrazia per le riforme: gli scioperi antifascisti del luglio del 1960, quelli contro il carovita dell’autunno del 1963 hanno rappresentato momenti di sintesi unitaria, in cui operai, impiegati, tecnici, braccianti si sono ritrovati insieme, torno ad un impegno comune di salvaguardia delle istituzioni repubblicane o nella richiesta di una nuova politica economica per il paese. Tutte iniziative poitiche che preparano il ’68 e che dimostrano come quell’anno dell’esplosione del movimento di contestazione trovava fondamento e costruzione nelle lotte degli anni precedenti.

Nel paragrafo “la nostra organizzazione” la CGIL rammentava che nel 1964 aveva 10.907 lavoratori  iscritti  dei settori industriali pari al 32% degli esistenti, 13.182 braccianti e salariati pari al 61% del totale 2336 mezzadri e coloni pari al 32% della categoria 4155 lavoratori del commercio e dei servizi pari al 48% degli esistenti e 4908 pensionati pari al 4% del numero totale dei pensionati non occupati esistente in provincia.

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Autore: Rosso di Sera Mantova

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