Eler Valentina Giubertoni, una ragazza caduta per la libertà

Prima di otto figli,  Eler è  nata  a  Gonzaga il 29 luglio 1924  da Alcide Giubertoni, bracciante, e da Adele Castagnoli, militante socialista. Oltre alle precoci responsabilità di figlia maggiore, Eler si trova molto presto a dover contribuire al sostentamento della famiglia. A tredici anni comincia ad andare in risaia. Il lavoro di mondina è anche una scuola di formazione politica che, stagione dopo stagione, continuerà fino all’estate del 1944.

Nelle risaie vercellesi conosce Affra Fusari, una concittadina più grande e già molto politicizzata.

Insieme si prendono cura di un gruppo di giovani partigiani nascosti nella campagna Per Eler, figlia di un’ardente antifascista, l’incontro con Affra, la solidarietà con i giovani partigiani, le lotte -ricordate in molte testimonianze-  in difesa delle compagne rappresentano un momento ulteriore di presa di coscienza, un elemento decisivo, forse, per farle scegliere di impegnarsi nella Resistenza in modo diretto e attivo.

La sua riservatezza, un elemento del suo carattere che tutti ricordano, diventa requisito e strumento di lotta. Nell’autunno del ’44 Eler entra a far parte del Distaccamento Azzari della 121^ Brigata Garibaldi, una delle due formazioni, la meno coesa e formalizzata, che operano sul territorio compreso tra Gonzaga e Bondeno. L’altra è la squadra volante Ciclone, comandata da Amilcare Boschini, una formazione dell’Oltrepò che nasce, tra le prime, negli ultimi mesi del 1943 e che ha la propria base tra le località di Marzetelle, Raffaelle e Rinaldina dove, peraltro, molti dei combattenti vivono e godono di appoggi [1].

Eller si muove in una fitta rete di collegamenti. Odino Braglia, perseguitato politico della prima ora, fondatore e membro del CLN, partigiano della Ciclone, futuro sindaco di Gonzaga, in un memoriale manoscritto che ha affidato al suo concittadino Arrigo Davoli ricorda:

I contatti li mantenevamo mediante l’organizzazione delle staffette, donne in particolare, delle quali facevano parte anche mia moglie come mia figlia; andavano a portare biglietti e materiale di propaganda, e portarne alla base dai collegamenti principali come dalla Gina Bianchi, alla periferia di Suzzara, o da suo marito, Bruno Bianchi, per un percorso di circa 18 chilometri. A casa mia vennero funzionari come Valerio, per due volte, altri funzionari di partito […]; altri venivano a prendere disposizioni come mia cugina Valentina Braglia, non solo come staffetta, ma come un membro sia di partito che del CLN . Da Gonzaga le compagne Giubertoni e altre con le stesse mansioni del collegamento sia con i compagni di Gonzaga, attraverso Zaniboni Arturo e altri, che con Bondeno con Cremonini e Aimoni, Rinaldi, i Tellini di Marzetelle[2].

Eler, instancabile, fa da collegamento fra i due distaccamenti e altre formazioni delle province limitrofe. Fino a una notte di febbraio del 1945, quando una ventina di uomini armati della Brigata Nera fa irruzione nella casa della famiglia Giubertoni e si porta via Eler. I documenti fanno pensare che, probabilmente, qualcuno abbia fatto il suo nome durante i violenti interrogatori a cui i fascisti sottoponevano i numerosi antifascisti arrestati in quei giorni, dopo la battaglia partigiana di Gonzaga[3].  La trattengono a Villa Gina, sede della Brigata Nera, dove viene interrogata per ore e sottoposta a sevizie crudeli: si parla di iniezioni di benzina  o di nafta. Altri dicono  che la nafta le è stata versata in gola, come al partigiano Dalverde, arrestato in quegli stessi giorni.

Le donne che abitano lì intorno la sentono urlare e la vedono svenire quando i fascisti  la trascinano fuori per portarla via. Il  26 febbraio viene “estradata” a Suzzara e da qui trasferita al carcere di Mantova. Il padre la vede costretta ad affrontare il percorso tra Suzzara e Mantova a piedi, scalza e sfinita. Il 22 marzo è trasferita al Carcere di Brescia dove, con altri antifascisti mantovani, il Tribunale militare la condanna alla pena di morte. La liberazione della città avviene prima che la sentenza venga eseguita, ma durante la detenzione subirà nuovi interrogatori e nuove violenze Farà ritorno a Gonzaga diversi giorni dopo il 25 aprile, provata in modo irreversibile nel corpo e nello spirito.

Eler Valentina Giubertoni, la partigiana Maria, muore, il 17 agosto 1945, durante un’epidemia di tifo: il suo corpo martoriato dalle torture non sopporta l’attacco della malattia.

Questa sua morte estiva, privata e desolante, è quasi un insulto a una vita giovane interamente dedicata alla lotta politica: fino all’inizio degli anni Cinquanta il suo nome non comparirà tra quelli dei “martiri della Resistenza”. Eler non è caduta in armi, non è morta sotto interrogatorio; ha ceduto pochi mesi dopo, quando la guerra era già finita e il suo compito era stato portato a termine. Solo le battaglie condotte in suo nome dalle donne dell’Udi e da sua madre la collocheranno, come era necessario fosse, tra le partigiane cadute durante la Lotta di Liberazione.[4]

 

Maria Bacchi

 



[1] Cfr. Luigi Cavazzoli,  La battaglia partigiana di Gonzaga, Marsilio, 1984; Comune di Gonzaga, 1990. In quest’ultima edizione compare una descrizione dettagliata dell’attività e della composizione della squadra volante Ciclone alle pagine 11-16.

[2] Testimonianza scritta da Odino Braglia e affidata  ad Arrigo Davoli,

[3] Cfr. Maria Bacchi, Morire d’agosto. Vita breve di una partigiana, Omnia Editore, Reggio Emilia, 2004.

[4] cf. Eler Giubertoni, eroina del popolo, in “Terra Nostra”, 23 aprile 1953; Adele Castagnoli,  Io ho già dato una figlia, aiutatemi a salvare la pace, in “Quattro chiacchiere alla fonte”,  Numero unico dell’UDI di Mantova, 23 maggio 1953; 800 delegate al Convegno della Donna, “Il Progresso”, 28 marzo 1956.

 Adele Castagnoli [1]

Castagnoli

 

Se tu sapessi cosa ne ha passate mia mamma con i fascisti nel ‘18 … nel ‘20, lei era del 1902. Non poteva neanche andare in piazza, ci faceva anche ridere perché … abitavano a Bondeno e questo suo fratello quando è morto, che l’hanno operato a Parma, gli hanno trovato ancora i pezzi di legno nel polmone, pensa tu quante ne ha prese. Lei, giovane com’era, quando l’hanno picchiato così tanto è andato a raccoglierlo in una cesta, in una cesta. Poi l’ha caricato sul calesse e l’ha portato a casa con i fascisti che le correvano dietro, dietro al calesse, sarà stato il ’21. Ma ha cominciato prima, lei. Mia mamma, guarda, ancora da giovane nessuno ha mai visto mia mamma vestita di chiaro, aveva dei grembiuli con delle gran tasche, in una ci metteva delle pietre pestate e nell’altra dei vetri e del pepe o del sale e quando si avvicinavano i fascisti che non poteva scappare gli buttava in faccia questa roba e poi, intanto che si sfregavano, lei scappava, ha attraversato la bonifica col ghiaccio, con la neve, con la bicicletta in spalla per venire da  Gonzaga a Bondeno. Non la lasciavano in pace, le correvano dietro dappertutto. Mio nonno….doveva essere lui che aveva in mano la cooperativa di Bondeno allora, era un socialista mio nonno … mio zio e una volta che mio zio l’han picchiato faceva tutto lei. Non la lasciavano in pace, non ha mai visto la fiera di Gonzaga,  perché non poteva assolutamente prima perché c’erano i fascisti, poi per i dispiaceri, lei non ha mai visto niente. [2]

 

Di solito di una madre si parla quando si racconta una nascita o i giochi d’infanzia o i divieti e le complicità legati ai primi amori.
Ma per la madre di Eler non è così facile.
La donna che ha messo al mondo, prima di nove fratelli, la giovane partigiana di Gonzaga, nonostante le numerosissime gravidanze volute, accettate, non va ricordata in primo luogo come madre.
E’ una donna insolita della quale val forse la pena di parlare  qui, prima di affrontare il racconto dell’impegno di Eler nella Resistenza, e ne parleremo spesso raccontando la seconda parte della vita di Eler, quella che è seguita alla sua scelta di lotta, e soprattutto nell’ultimo capitolo, quando cercheremo di comprendere in che modo il ricordo di Eler è stato elaborato dopo la sua morte, perché Eler e Adele sono state << candele della memoria >> l’una dell’altra.
Quest’espressione, così carica di poesia e così drammatica, è usata dalla psicoanalista israeliana Dina Wardi quando parla dei figli dei sopravvissuti della Shoah: << Uno dei figli è designato al ruolo di “candela della memoria”: la “candela commemorativa” per ricordare tutti i morti della Shoah, e gli è affidato il gravoso compito di partecipare al mondo emotivo dei genitori in modo molto maggiore rispetto agli altri fratelli e sorelle.
Questo figlio ha inoltre la missione specifica di servire da anello della catena che da un lato conserva il passato e dall’altro lo collega al presente e al futuro.>>[3]
Qui non parliamo certo di una famiglia ebraica, su Eler e su sua madre non si abbatte la sventura dello sterminio del popolo al quale appartenevano, ma alle loro spalle c’è la tradizione di lotte dei socialisti della Bassa, la storia delle cooperative, dell’avversione al fascismo, di scelte di vita in cui morale personale, impegno pubblico, costruzione di reti di mutuo soccorso erano inestricabilmente legate.
Vite contro cui il fascismo nascente, attraverso lo squadrismo, si abbatté con violenza e anche allora, le generazioni dei padri e delle madri e quelle dei figli e delle figlie si assunsero l’impegno di testimoniare e di continuare e di trasmettere una memoria di lotte e di sofferenze che servisse a rinnovare l’impegno. Il fratello di Adele Castagnoli, Gino, di due anni più vecchio di lei, giovane dirigente provinciale del Partito Socialista, era funzionario della Cooperativa di Consumo La Riscossa di Bondeno di cui Federico Davoli, altra importante figura del socialismo gonzaghese, era stato fondatore nel 1893.
Nel ’21 Gino diventa segretario della Cooperativa muratori L’Edilizia. L’ impegno così coerente di socialisti nel movimento cooperativo non poteva non eccitare lo spirito di repressione dei fascisti che stavano prendendo il potere in un clima di continua violenza.
Come scriveva il socialista gonzaghese Enrico Gavioli << si viveva nell’incubo di un pauroso scatenarsi della violenza fascista >>[4]. A Bondeno, dove Adele e la sua famiglia vivono, le violenze sono tali che una figura di rilievo del movimento cattolico come don Sturzo, che nel ’21 sedeva in Parlamento, presentò un’interpellanza sulle violenze perpetrate dagli squadristi nella zona. Nell’ aprile del ’21 Gino Castagnoli subisce la prima di una serie di aggressioni che lo costringeranno ad andarsene per un periodo dal suo paese. Ne reca testimonianza una dichiarazione giurata firmata da Adele  nel 1964, davanti al sindaco di Gonzaga, Giovanni Baricca.
Vi si legge, tra l’altro, che  <<Castagnoli Gino, nato in Gonzaga il 6 settembre 1900 e deceduto in Guastalla il 23. 12. 1964, nel mese di aprile del1’anno 1921, venne percosso con violenza da elementi fascisti del tempo, percosse che vennero più volte ripetute nel tempo in circostanze di manifestazioni fasciste.
Che a prova delle violenze subite venne menomato della propria capacità lavorativa.  Che la malattia di cui era affetto trova la sua origine dalle violenze  dallo stesso subite.>>[5] In effetti Gino rimase per settimane  immobilizzato e incapace di parlare. Per alcuni mesi si allontanò da Bondeno.
Il clima intimidatorio e la vera e propria persecuzione contro uomini e donne si acutizza a tal punto che nel 1922 si arriva all’uccisione dei socialisti Malagutti e Secchi e del comunista Grappelli. Lo stesso Federico Davoli è costretto a fuggire con il figlio in Brasile. Ed è significativa per comprendere il nesso fra visione politica delle vita e stili relazionali, la memoria conservata nella famiglia Davoli dell’aiuto dato alla moglie di Federico, malata,  dalle sorelle Castagnoli, che verranno ricordate come figlie e sorelle.
La determinazione antifascista di Adele è così chiara e coraggiosa che diventa a sua volta oggetto di continue aggressioni.
Una notte arrivò a dover dormire nel cimitero di Bondeno per sfuggire agli squadristi. Strane concordanze con la vita della figlia, come vedremo.

L’unica fotografia che abbiamo di Adele prima che diventasse madre mostra una ragazza in posa, con un abito scuro leggermente scollato e una sottile catenina che le scende intorno al collo. Il viso è sostenuto dalla mano destra in un apparente accenno di languore, come spesso si notava nelle foto dell’epoca; in realtà Adele  sembra non volersi affatto appoggiare alla propria mano, guarda dritta, decisa, quasi ironica verso il fotografo: è bella, i capelli corti e folti, gli occhi vivi e intensi una bellissima bocca carnosa.
Era anche alta, nella foto di famiglia del ’43 Eler le arriva appena di poco oltre la spalla. Di lei non si vede molto in questa fotografia, nello strappare la propria immagine, Ivo danneggia molto anche quella della madre, si vede il vestito scuro a pois chiari che indossa e la bocca, ancora carnosa, bella ma piegata leggermente all’ingiù e socchiusa, come di una persona amara che sta per dire qualcosa …un commento, un rimprovero a uno dei tanti figli che le stanno a grappolo tutt’intorno.
Dopo la morte delle figlie si coprirà il capo con un fazzoletto nero che non toglierà più; compare così nel 1956, in mezzo a una folla di donne che al Palazzo della Ragione di Mantova celebrano il Secondo Congresso della Donna Mantovana: la si vede poco, è un’ombra scura in prima fila.
Mentre è chiara la sua immagine nella fotografia che compare nel necrologio che ne annuncia il decesso, l’8 novembre 1988. Una donna anziana a capo coperto, la bocca socchiusa, l’espressione combattiva: una che ne ha viste tante, la ragazza decisa della prima immagine è diventata un’anziana signora severa, forse arrabbiata.

Nilde dice che <<Questa foto è unica perché lei il fazzoletto non se l’è mai tolto, mai, sempre vestita di nero, non ho mai visto mia madre vestita di chiaro o di blu, neanche prima. Mia madre è stata proprio una martire e infatti il dottor Soldi mi diceva: quando muore tua mamma non sognatevi di piangere, ma fatele il monumento più alto di Gonzaga perché se lo merita.>>[6]

Qualcuno la paragona a Dolores Ibarruri, la pasionaria della Guerra Civile spagnola,  forse per la statura, per il portamento, per la passione politica; qualcun altro alla madre di Turi Carnevale, il bracciante ucciso dalla mafia negli anni ’50, forse per i segni del lutto indossati come simbolo di una lotta che le madri continuano al posto delle figlie e dei figli caduti.

E’ un monumento, Adele Castagnoli, nella memoria di chi l’ha conosciuta, e quando vedremo come ha coltivato la memoria della figlia, potremo pensare che fosse anche una donna capace di costruire monumenti che dovrebbero reggere al tempo.
Nilde, sua figlia, l’ha chiamata affettuosamente il general Cadorna, e la parola ‘generale’, è uscita in riferimento a lei da qualche altra intervista fatta alle amiche.
Ma la figlia di Nilde, Elina -che con lei è cresciuta e che fonde nel suo nome il ricordo di Eler e di Lina, le due figlie perse da Adele nella stessa settimana- dà finalmente spessore umano a questa donna severa e risoluta, capace di picchiare per strada chi aveva fatto del male a sua figlia, di parlare davanti a platee affollate, di dare tutta se stessa all’impegno politico anche quando era piena di dolore, rendendo forza vitale  il suo lutto. Questo accade ad esempio nel luglio del ’60: il Paese intero entrò in lotta contro l’appoggio, ben accetto, del Movimento Sociale Italiano al governo Tambroni  e l’UDI organizzò una distribuzione straordinaria di <<Noi Donne>>.
Chi se ne occupò a Gonzaga, fu Adele, non più giovane ma con la sensibilità politica necessaria per comprendere la gravità della situazione.[7] Elina, dicevamo, dà di lei un’immagine più sfumata e ricca. Sotto quel fazzoletto nero aveva ancora, fino alla fine, capelli folti che amava farsi spazzolare dalla nipote, e durante quel rito di intimità fra la nonna e la bambina, Adele raccontava ed Elina cresceva. La nipote le ricorda una severità da donna giusta e capace di amare profondamente, <<una severità per la quale provo gratitudine>>[8]<<Mi ha trasmesso quello in cui credeva, era una donna  eccezionale, con un grande senso della giustizia e della libertà. Ma era capace anche di tanta tenerezza; anche se non la manifestava…tu la sentivi, i gesti sarebbero diventati imbarazzanti, non si usavano>>
E ricorda come fosse singolare anche il suo comportamento verso Alcide, suo marito, un uomo  così diverso da lei.
Lui, l’abbiamo visto, amava uscire, aveva goduto dell’amicizia di una figlia di poco più di vent’anni più giovane, aveva amato giocare, ballare  e cantare con i figli in casa e fuori. Dopo l’arresto di Eler era rimasto straziato: quando la moglie era in ospedale andava lui a cercare la figlia, a seguirne il calvario che le veniva inflitto dai fascisti, lui era andato a riprendersela in montagna dopo la Liberazione. Tutto questo l’aveva cambiato, ma, di tanto in tanto, la vena dell’ antico gusto per i piaceri  della vita riaffiorava.
Capitava che uscisse la sera per andare a caffè e che ritornasse allegro, con la voglia di cantare per quella donna affascinante e strana che era sua moglie: e  lei, riservata e incupita, respingeva con durezza le serenate; ma poi, ricorda Elina, si metteva nascosta dietro una tenda ad ascoltarlo.

La nipote la ricorda piena di dubbi e di curiosità, una lettrice attenta, che sapeva passare da Gramsci alla vita di Cristo, lei che non era credente.
E poi si leggeva la storia dei sette fratelli Cervi, in cerca forse di un conforto, di un senso al dolore che provava. Parlava spesso di Eler con Elina, quando la nipote crebbe le disse di aver un po’ paura che assomigliasse alla zia nel carattere: così riservata e forte, capace di tenere tutto dentro fino a farsi male.
Elina dice che sua nonna si arrovellava su quello che Eler si era tenuta dentro nel breve periodo che andò dalla Liberazione alla sua morte; avevano lottato insieme, solidali. La madre distribuiva con cautela la stampa clandestina che la figlia procurava, qualche volta, ricorda Valentina Braglia, Adele stessa faceva azioni da staffetta.
Ma Eler non volle raccontare a lei del carcere perché aveva paura di ferirla. Forse la figlia era entrata nella lotta spinta dall’ammirazione per le scelte politiche della madre, per la sua fierezza antifascista, per la tenerezza di saperla legata a tutti quei bambini e impossibilitata a lottare come avrebbe voluto.
Poi fu la madre a raccogliere l’eredità di Eler: fu candela della memoria di sua figlia e trasmise a Elina, la nipote, il ricordo di quella figlia dura e fragile.

 

 


[1] In Maria Bacchi, Morire d’agosto. Vita breve di una partigiana, Omnia Editore, Reggio Emilia, 2004.

[2] Intervista con Nilde Giubertoni, 3 settembre 2004.

[3] Dina Wardi, Le candele della memoria, Sansoni, Milano, 1993, p.75.

[4] Lettera di Enrico Gavioli, in  I socialisti guastallesi per Enrico Siche e Gino Castagnoli,  a cura della Sezione del Partito Socialista di Guastalla, 1984.

[5] La dichiarazione, in copia anastatica, fa parte dei documenti allegati alla pubblicazione su Sichel e Castagnoli già citata.

[6] Incontro con Ivo Giubertoni, Nilde Giubertoni, Arrigo Davoli, Maria Zuccati, 18 agosto 2004.

[7] Archivio UDI, per ora custodito presso il Comune di Pegognaga, scatola n.16, fascicolo Preparazione Consiglio della Resistenza, foglio contenente l’elenco delle responsabili della diffusione straordinaria del n.30 di <<Noi Donne>> in distribuzione dal 18 al 23 luglio 1960.

[8] Intervista con Elina Murgotti, cit.

Autore: Rosso di Sera Mantova

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