Gigi Roncada: partigiano, dirigente sindacale, Sindaco di Sermide, Presidente dell’Amministrazione provinciale di Mantova: un comunista.

Gigi Roncada

Raccontare di Luigi Roncada, Gigi per tutti, classe 1920, una vita dedicata al PCI, è semplice e difficile al tempo stesso.

E’ semplice perché i suoi principi sono stati così limpidi e lineari da non dare problemi di decifrazione o d’interpretazione, ed è difficile perché io sono sua figlia.

Non sono brava a documentare: non ho archivi fotografici ben ordinati, neppure album o raccolte, perché è un’abitudine di famiglia considerare la memoria un fatto di gesti e di parole, di sapori, anche, ma non di date né di immagini che fissino le cose una volta per tutte.

Per questo vorrei solo raccontare un po’ della sua storia, attraverso le sue parole e i ricordi di casa, che sono ancora molto vivi e circolanti.

Mio padre ha fatto la Resistenza: dopo la fucilazione di suo fratello Ugo, partigiano trentenne, a Gonzaga, ha scelto la strada dell’impegno attivo, quello che non guarda alla carriera ma soltanto a dare voce a chi non l’ha. Prima ha lavorato nel sindacato, Camera del Lavoro – qui, nel vicino, al tempo delle lotte delle ‘tabacchine’- e Federbraccianti nazionale, a Roma, con Romagnoli e Di Vittorio, poi nel Partito. Funzionario, con mansioni politiche e amministrative.mn - 1956 di vittorio b

Per Romagnoli e Di Vittorio ha avuto per tutta la vita un rispetto immenso. Sono stati la sua scuola. Con Di Vittorio ha pure condiviso l’amore per il Dizionario della lingua italiana, un libro che non è mai mancato a casa nostra e ha contribuito a nutrire l’amore per le parole.

Gigi è stato sindaco, negli anni ’60, a Sermide, e  ricordo ancora le discussioni in casa, quando, nelle ricorrenze di Natale o Pasqua, arrivavano dei doni, soprattutto alimentari: tutti rigorosamente restituiti, nonostante le debolissime proteste di mia mamma, tutti tranne un pupazzino di corda fatto dai bambini della Scuola per l’infanzia. Ed è leggenda vera il lancio di un salame sulla testa di un facoltoso agricoltore che, inconsapevole e maldestro, voleva ingraziarsi un favore addirittura con una  regalìa.

Quando è stato Presidente della Provincia, partiva da Sermide per Mantova con la corriera e tornava con l’ultimo treno e gli stessi mezzi di trasporto ha usato quando, sempre per incarico del PCI, è stato Presidente del Comitato regionale di controllo. Ci fosse stata la terza classe, in treno, avrebbe usato quella, per un’idea di bene pubblico da sostenere evitando qualsiasi spesa a carico delle istituzioni.

L’unica volta che l’ho visto non rifiutare un posto in primo piano è stato in occasione del XIV congresso del PCI, all’EUR a Roma. Alla Presidenza del Congresso, col Nanni Ferrari che mi diceva all’orecchio “A vdem s’al dis ad no”. Ecco, non disse di no.

Oltre agli affetti, agli ideali, alle lotte e ai principi che abbiamo coltivato insieme, ho amato in mio padre la congruenza: il suo vivere a finestre spalancate, senza finzioni o ipocrisie, con un allineamento totale fra il pensare, il fare e il dire, e  con una onestà che addirittura metteva a disagio, tanto era rigorosa e severa.

Era severo persino alle feste dell’Unità che organizzava con scrupolo ragionieristico: all’ultimo chicco di riso doveva corrispondere l’esaurimento di parmigiano e salsiccia, prezzi decisi ad uno ad uno in direttivo e consuntivo immediato costi-ricavi 24 ore dopo la fine della festa.

Sarebbero tantissime le cose da ricordare, ma, adesso, mi fermo qui: offro un racconto di casa e le sue parole.

Zena Roncada

 

Un breve racconto di Zena 

Mattine

E poi tornava la Rosa mia mamma, dalla spesa in piazza.
A metà mattina.
L’Unità e focaccia ancora calda. Vuoi con cipolla, vuoi con rosmarino.
Richiami grandi per mio padre: subito in cucina, lui, col suo odore buono di pulito, fresco di barba appena fatta. (Mattine regalate in casa, nei giorni di partenza al pomeriggio)

Parcheggiata storia romana sotto l’albero dell’orto (tortore vigili sulla siepe di confine), mi prendevo il mio tempo di chiacchiere e conforto.
Politica applicata. Attorno al tavolo con il mondo sotto gli occhi, spiegato sul giornale.
Si smezzava per guardare in proprio, ma con l’occhio alla pagina ceduta.
E la focaccia chiamava un po’ di vino.

In cucina abbiamo rifatto il mondo tante volte. Tenuto insieme con ipotesi a noleggio: salvato e ripulito. Trame di se per mettere le cose a posto.
Io con Ingrao, lui con Berlinguer, sui passi della terza via.
Avrei voluto sapere tante cose, spiegare bene tutte le mie idee, perché si fa presto a dire massa, ma… Mio padre mi ascoltava quando, infervorata, toglievo dalla tasca trenta verità: in fila, rosse e  tonde, perfette nella loro identità.
“Finché si parla va bene, ma le idee hanno bisogno di braccia e gambe, -sorrideva- bisogna farle camminare e toccare terra. Te, ti capisco solo io: non lo sarai mai un quadro di partito.”

Non ci restavo proprio male: solo con gli orizzonti un poco sgonfi e la cornice a pezzi…
La Rosa miamamma radunava i fogli dei giornali, raccoglieva le briciole un po’ unte e le metteva sul davanzale per i passeri.
Briciole po-li-ti-ciz-za-te– diceva, e mi strizzava l’occhio.

mn - 1959 sala astra federbraccianti

Gigi Roncada

 Dall’8 settembre 1943 verso il 25 aprile 1945

UNA PREMESSA AUTOBIOGRAFICA

Tentare di tracciare correttamente e fedelmente almeno una sintesi dei fatti che hanno portato alla Lotta di Liberazione è un’impresa veramente ardua; essi sono stati così grandi, terribili, sconcertanti, numerosi e dolorosi che mi riesce difficile pensare di poterli raccontare e descrivere. Temo, inoltre, di non essere un buon narratore perché, invece di proseguire gli studi, ho scelto, contrariamente alle aspirazioni della famiglia, di lavorare nel caseificio sociale che mio padre, un casaro molto stimato e bravo, dirigeva a Cavo di Carbonara di Po.

Tenterò, quindi, un rapido quadro.

Si conduceva una vita serena e sembrava che il futuro non dovesse riservare problemi, invece, nel 1933, quando i fascisti hanno invitato mio padre a prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista, da lui rifiutata con fermezza, tutto cambiò e le conseguenze del rifiuto non tardarono a farsi sentire.

Nel 1934, chiusa forzosamente (per motivi di discriminazione politica) la lunga parentesi del caseificio sociale di Cavo, la famiglia fu costretta a spostarsi in provincia di Verona, affittando piccoli caseifici artigianali in gestione diretta.

A causa delle basse produzioni di latte il lavoro scarseggiava e, economicamente, le cose non andavano bene, peggiorarono ulteriormente quando mio fratello Ugo (classe 1914) venne chiamato alle armi per il servizio di leva e subito mandato in Africa Orientale.

Mio padre, estromesso dall’attività produttiva per quel suo aver sdegnosamente (e giustamente) rifiutato la tessera del Partito Fascista, giocò la carta dell’emigrazione in Francia.

A Parigi ed a Tolosa, ebbe l’opportunità di concludere vantaggiosi contratti, in qualità di esperto caseario, legati all’acquisto ed all’esportazione di formaggio grana.

L’applicazione, da parte della Società delle Nazioni, delle sanzioni economiche contro l’Italia, adottate in seguito all’invasione dell’Etiopia da parte dell’esercito fascista di Mussolini, portò al blocco delle esportazioni con la conseguente revoca di tutti i contratti che stava concludendo mio padre, che rimase, così, senza lavoro.

Solo nel 1936 fu possibile rilevare, a Borgofranco sul Po, una trattoria quasi in disuso per mancanza di clientela che divenne, in poco tempo, punto di riferimento per molti viaggiatori.

La Trattoria aveva un nome assai significativo: ALLA PACE; rispecchiava, infatti, le convinzioni pacifiste ed antifasciste di chi la gestiva, perciò divenne anche, rapidamente, un posto di incontro di tanti antifascisti, convinti e coraggiosi, che, poco a poco, attraverso l’ascolto clandestino di Radio Londra e Radio Mosca, trasformarono la casa e la trattoria in un covo di “sovversivi” nemici della guerra.

I racconti delle ingiustizie subite, le amare considerazioni sui diritti negati, le ansie e le apprensioni per le guerre, sia quelle guerreggiate fuori dai confini, lontano, dove parenti ed amici rischiavano la vita non si sapeva bene a vantaggio di chi, sia quelle ancora da guerreggiare che incombevano sull’Europa, che avrebbero portato, dopo lutti e distruzioni, altre ingiustizie ed altre privazioni, alimentavano e consolidavano l’avversione alla logica della guerra, rafforzavano, qualora ve ne fosse stato bisogno, i sentimenti antifascisti della famiglia e di tutti gli ospiti delle serate clandestine di ascolto della  radio.

 

Le peripezie vissute poi fino all’8 settembre 1943, il ricordo delle paure di ventenne in guerra, prima in Jugoslavia, con il dolore delle ferite e, successivamente, a guarigione non ancora compiuta, l’invio in Russia ed il drammatico ritorno e, ancora, la risalita dell’Italia, dopo la proclamazione dell’Armistizio, col pericolo della cattura e della deportazione, sono state lezioni di vita che hanno ulteriormente accresciuto in me  l’avversione per la guerra.

 

Di queste peripezie faccio, per mia memoria, una breve cronistoria:

  • 1940, 20 marzo, vengo chiamato alle armi e sono inquadrato nell’80° Reggimento Fanteria,
  • 1940, 10 giugno, il Duce annuncia “una guerra di due settimane senza colpo ferire”,
  • 1940, ottobre, vengo trasferito al Comando del Corpo d’Armata Autotrasportabile,
  • 1941, aprile, l’Italia entra in guerra contro la Jugoslavia; dal 15 notte al 18, a tappe, arrivo a Spalato,
  • 1941, aprile, con il mio reparto provvedo alla sistemazione degli alloggi e siamo comandati al presidio alla città,
  • 1941, aprile, fra italiani e jugoslavi avvengono numerosi incidenti e sparatorie; in una di quelle sono stato ferito ad un braccio e ricoverato in ospedale per interventi chirurgici, poi trasferito all’ospedale di Zara
  • 1941, maggio, sono mandato a casa in licenza di convalescenza  ma, non ancora guarito, sono costretto a  tornare al Comando di Corpo d’Armata a Cremona;
  • 1941, 21 luglio, il C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) parte da Cremona, destinazione Russia, ma si ferma in Romania per la sostituzione del comandante;
  • L’inconveniente produce cambiamenti di strategie e di itinerari: da Vienna i reparti sono inviati a Budapest, poi a Borsa, poi fino a Botosani, fra la Bucovina e la Moldavia;
  • Con l’arrivo del nuovo Comandante, gen. Messe, la formazione italiana raggiunge il bacino del Donetz, vicino a Stalino;
  • 1942, primavera, dopo aver attraversato il Donetz, il Corpo di spedizione riprende l’avanzata verso Woroscilowgrad, Luganskaia fino a Millerowo e poi fino al Don;
  • 1942, estate, il continuo crescere della resistenza russa richiede l’invio di rinforzi dall’Italia, ma questi non arrivano; il C.S.I.R. è riorganizzato in A.R.M.I.R. al comando del Gen. Garaboldi, il C.S.I.R. diviene 35° C. d’A. al comando del Gen. Messe;
  • Dalle anse del Don comincia la storica battaglia di Stalingrado, col Contingente Italiano schierato alla sinistra della città sulla linea del Boguschar;
  • Il Comando del 35° C. d’A. (ex C.S.I.R.) è accantonato nel Sowkos 106 e “Radio Scarpa” comincia a prevedere ed annunciare il peggio;
  • 1942, metà dicembre, cominciano a verificarsi i primi cedimenti delle linee sotto la pressione dei combattenti russi;
  • 1942, 15-16 dicembre, la linea viene definitivamente rotta, la sconfitta diventa un disastro, una autentica disfatta.

 

Rimando chi volesse approfondire l’Odissea ( o il Calvario) del ritorno di quanto rimaneva del Corpo di Spedizione Italiano in Russia alla lettura della grande produzione letteraria dalle “ 100.000 gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi in poi.

Mi sono salvato, pochi altri sono stati altrettanto fortunati; avevo appena compiuto 23 anni quando, il 17 febbraio 1943, sono arrivato a Udine; ho visto tanta sofferenza e tanti orrori che non mi sento di raccontare, ma che mi hanno segnato per la vita.

Da Udine ho potuto scegliere la nuova destinazione: sono stato destinato all’80° Reggimento Fanteria col quale ero partito due anni e mezzo prima, poi sono stato ulteriormente trasferito in meridione, a Sparanise, in provincia di Caserta, a predisporre gli alloggiamenti e le difese del Reparto che era stato assegnato in forza all’Armata del Sud,  comandata dal Principe Umberto di Savoia, di stanza a Sessa Aurunca, che aveva il suo Quartier Generale alla periferia dell’abitato, nella Villa Paradiso di S. Anna.

Lì sono rimasto fino al 9 settembre 1943.

Autore: admin

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