Giuseppe Foroni : un organizzatore comunista

Giuseppe (Gepe) Foroni  (1920-1997)

è stato un quadro comunista, organizzatore e animatore del movimento dei braccianti che fu  protagonista delle lotte politiche e sociali del secondo dopoguerra nelle campagne del Mantovano e successivamente, infermiere del manicomio provinciale, organizzatore e animatore delle lotte anti istituzionali anti-manicomiali degli anni ’70-80 di Mantova. Operò a Governolo e nella Sinistra Mincio, poi in città. Dopo il 25 aprile 1945 aveva fatto parte della Giunta di Liberazione del Comune di Roncoferraro.

Nel marzo 1949 fu arrestato e condannato per violenza privata e conobbe il carcere.

Era con “Tempesta” (Walter Ramazini) e Vittorio Veronesi  quando quest’ultimo fu ucciso da un agrario nel maggio 1950, nel vivo del grande sciopero per l’imponibile differenziato di manodopera che dai primi di maggio durò fino al 7 giugno di quell’anno. I funerali di Vittorio Veronesi si tennero il 19 maggio con una partecipazione enorme di popolo.

 

Aveva frequentato alcune classi delle elementari e lo scrivere bene costituì sempre per lui un grande assillo. La sua formazione alla lettura e alla scrittura avvenne sulle pagine de “L’Unità “, frequentando scuole di partito e nel lavoro organizzativo.

 

Quando il movimento bracciantile fu sconfitto, e il folto apparato di quadri che lo avevano diretto fu smantellato, conobbe momenti assai difficili per sé e la sua famiglia. La situazione si risolse quando fu assunto dalla provincia come bracciante della Colonia agricola del manicomio di Dosso del Corso[1]; da operaio passò poi ad infermiere. Nel manicomio fu punto di riferimento della Commissione Interna prima e del Consiglio dei delegati poi.

Lo conobbi quando entrai a lavorare nel manicomio di Mantova come medico nel 1970.

Foroni ebbe un ruolo di guida nella lotta anti-istituzionale e anti-manicomiale  mantovana, portando nello scontro che si aperse nel manicomio, con gli amministratori della provincia e nel sindacato una fortissima impronta anti-gerarchica ( in particolare contro il direttore Giorgio Giorgi rientrato alla fine del 1971 e diventato simbolo del manicomialismo) e una grande enfasi sui temi dei diritti e del riscatto personale e sociale degli infermieri.

L’intonazione del suo atteggiamento antigerarchico non fu mai moralistica, ma fortemente “politica” e questo gli consentiva di tenere in evidenza, con chiarezza, le responsabilità  delle persone e dell’organizzazione dei servizi.

Sostenne, alimentò le azioni di noi medici più giovani ma sempre con l’occhio alla questione salariale e all’avanzamento culturale delle infermiere e degli infermieri. Furono quelli anni di profonde trasformazioni nell’assistenza psichiatrica che portarono a ribaltare i tradizionali assetti organizzativi e le culture degli operatori. Egli comprese che non si potevano liberare le persone dall’internamento senza che gli “operatori”, le infermiere e gli infermieri si fossero liberati dell’ignoranza e della subalternità in cui stavano ed erano stati tenuti sapendo che per i medici la lotta era comunque più facile perché “avevano studiato” e sapevano usare e manipolare le parole difficili.

Fu molto vicino e solidale con i compagni infermieri, li sostenne e difese sempre tutti, anche quelli che “rimanevano indietro” perché facevano fatica ad abbandonare le pratiche manicomiali  oppressive nei confronti delle persone ricoverate.

Impegnò battaglie sindacali durissime, anche dentro la CGIL, anche contro i compagni comunisti e socialisti che amministravano la Provincia, fino a organizzare uno sciopero che vide per la prima volta chiudere i servizi  di cucina del manicomio e i pasti furono portati dalla mensa della Montedison. La questione di cui si discuteva era il passaggio degli infermieri, dei medici e degli amministrativi dei manicomi che erano inquadrati nel comparto dei dipendenti degli enti locali (i manicomi pubblici erano gestiti dalle Province) alla categoria dei lavoratori della sanità pubblica.

E il contratto della sanità pubblica era più ricco di quello degli enti locali. La sanità pubblica era in fase di riforma (la riforma ospedaliera, avvenuta nel 1968, aveva anticipato la riforma sanitaria che avvenne dieci anni dopo, nel 1978). Del 1968 era stata la legge 431 che aveva equiparato i manicomi agli  ospedali “civili” e nel decennio ’68-78 maturarono le culture e le pratiche professionali che consentirono la riforma dell’assistenza psichiatrica del 1978. Oltre che su scala locale e provinciale, Foroni si batté con grande determinazione su quella regionale e nazionale: ricordo la sua partecipazione e i suoi interventi al convegno di Salice Terme promosso dalla provincia di Pavia nel 1974 su “Psichiatria, piano ospedaliero regionale, riforma sanitaria” e al congresso istitutivo della Federazione Lavoratori Ospedalieri (FLO) d Rimini.

 

In altri manicomi italiani le vicende della de-istituzionalizzazione ebbero andamenti ed esiti diversi, spesso più incerti e problematici per l’opposizione degli infermieri ( e del sindacato) a novità e cambiamenti che comportavano modificazioni radicali delle pratiche e dei saperi professionali quali ricercare il consenso, rispettare i corpi, la dignità e le proprietà delle persone internate; fare visita alle persone dimesse nelle loro case, tenere rapporti con le famiglie, i vicini di casa, i servizi sanitari del territorio.  Tutto questo era difficile e faticoso e tutto sommato risultava meno impegnativo lavorare per turni (che consentivano magari qualche doppio lavoro) in uno stabilimento nel quale era richiesto principalmente di stare attento che i/le pazienti non scappassero, non si procurassero vino per ubriacarsi, non si facessero o facessero del male.

 

Foroni, come abbiamo detto, svolse un ruolo decisivo nella lotta per  rompere con comportamenti tradizionali ignoranti, violenti  e disumani e per favorire l’acquisizione di diritti, nuovi assetti e pratiche, che voleva dire per le infermiere e gli infermieri studiare, verificare l’esito di quello che si faceva, imparare a lavorare in piccole squadre con medici, psicologi, assistenti sociali. Egli condivideva gli ideali cui si ispirava l’azione anti-manicomiale, ma non fu né divenne mai un “bravo” operatore dalla salute mentale, nel senso di un professionista capace di muoversi con stile e competenza nel nuovo lavoro di cura. Era  troppo avanti negli anni per riuscire a “cambiare mestiere”, ma favorì in tutti i modi che fossero messi nelle condizioni di farlo le leve di infermiere e infermieri che erano entrate a lavorare in manicomio nel ’68.

 

Lo sostenne l’applicazione nella condizione manicomiale dello schema della “lotta di classe” [2] in forza del quale il proletariato era rappresentato dagli infermieri e la borghesia capitalistica  era rappresentata dalle gerarchie manicomiali. I  malati non vi rientravano, non avevano capacità di lotta.

Il suo schema ideologico risultò utile, assai utile perché, pur non entrando nel merito dei problemi dell’assistenza psichiatrica e della salute mentale,  aiutò a costruire le pre-condizioni   senza le quali l’innovazione non avrebbe potuto affermarsi perché priva del necessario consenso fra i lavoratori.

Da lui ho imparato quanto siano importanti la dignità del lavoro e del salario,  la libertà di critica e di parola, che le buone idee da sole non cambiano il mondo e che le persone che vogliono cambiare il mondo in cui vivono, per riuscirci, devono rimanere unite e allargare le alleanze, che nei momenti di arretramento non bisogna abbandonare il progetto per cui ci si batte, il valore del sapere.

Arrivava alle riunioni sempre con il testo dell’intervento scritto e conservava tutto. Aveva la casa piena di carte  scritte.

Giuseppe Foroni organizzò nel 1950 a Governolo un Carnevale politico rilasciò nel 1980 a Maurizio Bertolotti, attuale presidente dell’Istituto mantovano di storia contemporanea, un’intervista  di grande interesse storico e antropologico nella quale raccontò il Carnevale di massa che con altri organizzò a Governolo nel 1950.  L’intervista fu pubblicata con il titolo Carnevale di massa e lotta di classe nel volume 12 della Collana «Mondo popolare in Lombardia» dedicato a Mantova e il suo territorio, curato da G. Barozzi, L. Beduschi e M. Bertolotti, 1982, edito da Regione Lombardia, Silvana editoriale, Milano.

Maurizio Bertolotti  costruì intorno alla stessa intervista il libro Carnevale di massa 1950 edito da Einaudi nella collana Microstorie nel 1991.

Luigi Benevelli

 

P.S. Nel cassetto del tavolo della stanza degli infermieri del 3° Uomini, il reparto dei ricoverati “lavoratori” in ergoterapia in cui Foroni lavorava, c’era una copia de la “Storia del partito comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica” approvata dal Comitato centrale  del PC(b) nel 1938, un testo canonico su cui si erano formati anche i quadri del Pci.

Fra i compagni e colleghi di lavoro di Foroni al 3° Uomini c’era anche uno dei fratelli di Vittorio Veronesi.


[1] Per entrare a lavorare in manicomio bisognava frequentare un corso di 6 mesi organizzato dall’Amministrazione Provinciale nel quale si insegnavano elementi di anatomia e fisiologia del corpo umano, classificazioni delle malattie mentali, nozioni di assistenza infermieristica, nozioni sulla legislazione psichiatrica del 1904, come tenere le distanze con i folli ed evitare che si allontanassero, come muoversi in caso di comportamenti violenti.  Chi superava l’esame finale  acquisiva il cosiddetto “patentino” manicomiale senza il quale nessuno poteva lavorare in un manicomio.

Per un approfondimento v.  il capitolo “Il manicomio, i suoi regolamenti, , le pratiche, le culture professionali” in Luigi Benevelli, Donne in manicomio, Mantova, Istituto di storia contemporanea, 2008.

[2] Di quella stagione molte sono le memorie orali, più rare quelle scritte. Una traccia scritta l’ho trovata nell’intervento dello stesso Foroni all’incontro tenutosi a Soave di Porto Mantovano il 10 ottobre 1987, un testo che allego e ho tratto da Gli anni 50. Le lotte bracciantili nelle campagne del Mantovano, Suppl. «Tribuna di Mantova», Settembre 1988, n. 2.

Intervento Foroni 1987

intervento foroni 1987 intervento foroni 1987-1

 

 

 

Carnevale di Massa 1950 a Governolo

In Italia gli studi di storia del movimento operaio hanno per lo più privilegiato le idee e l’azione dei gruppi dirigenti, concedendo poca attenzionealle culture dei lavoratori e dei militanti di base. Questo libro va nella direzione opposta. Esso è dedicato a un episodio a prima vista insignificante: la festa organizzata a Governolo, piccolo paese del mantovano, da un gruppo di braccianti e di artigiani iscritti alla sezione  locale del Partito Comunista Italiano, il Martedì grasso del 1950.

Le mascherate del Carnevale di massa ( così i suoi ideatori definirono la festa ) sono inserite nelle lotte politiche e sociali che negli attorno al 1950 agitarono le campagne padane. Emergono le idee e le passioni con cui i proletari agricoli parteciparono alle, e i modi originali in cui i militanti di una sezione rurale del Pci interpretarono e applicavano le direttive del centro provinciale e di quello nazionale del partito.

Ma per comprendere i tratti specifici della festa governolese il contesto mantovano degli anni Cinquanta si rivela insufficiente. L’analisi si concentra su due momenti della mascherata: la morte dell’asino e il processo al salariato. L’ambito della comparazione si allarga nel tempo e nello spazio fino ad abbracciare le forme tipiche del carnevale europeo, dal Medioevo all’età contemporanea. Contro l’opinione corrente si dimostrano l’importanza e la per sistente vitalitàdell tradizioni folcloriste nella cultura del proletariato agricolo padano. Non solo. Attraverso una serie di parallelismi inaspettati affiora il nesso che collega la festa di Governolo alle antiche cerimonie europee della morte del Carnevale; e, al di là di queste, ai riti e ai miti di caccia delle popolazioni subartiche.

Storia del movimento operaio, etnologia, folclore, storia della letteratura e del teatro s’intrecciano in questo libro gettando una luce inedita su due temi lontanissimi: le vicende del Pci nel dopoguerra e la tradizione carnevalesca europea.

Maurizio Bertolotti è  l’autore di Carnevale di massa 1950 edit. Einaudi . E’ l’autore di numerosi saggi. E’ presidente dell’Istituto Mantovano per la storia contemporanea.

 

 

 

 

Autore: Rosso di Sera Mantova

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