Il lavoro a domicilio nel mantovano, quaderni di “Controverso”

 

Giancarlo Leoni, Il lavoro a domicilio nel Mantovano, Quaderni di “Controverso”, Mantova, 1981. Rilettura. 24-10-2016

  1. Medea, Pina e Ada

Avevo meno di 10 anni quando mia nonna Medea mi insegnava a fare la treccia con la paglia da pioppo (i “paiòi”) tenuti umidi per garantire loro la maggiore flessibilità e poter quindi essere incrociati e piegati. A sua volta il nastro di paglia intrecciata doveva essere misurato e arrotolato per molti metri per essere poi restituito all’azienda. In questo lavoro occorreva precisione nel mantenere le misure e l’uniformità della larghezza e, soprattutto, perizia nell’innestare la nuova paglia sul capo della treccia per poi proseguire senza renderla fragile. Impressionante era la velocità di lavorazione di chi era abituata da decenni con le dita incallite a controllare il rischio di taglio con la paglia usata male.

Nell’androne della casa che raccoglieva cinque famiglie con una schiera di ragazzi,  si formava nel pomeriggio un gruppo di lavoranti che intrecciava e che, grazie al gesto ormai automatico e ritmato, poteva conversare sui problemi quotidiani alimentando il “filos produttivo”. Anche con questa esperienza mia nonna mi ha insegnato la manualità, la pazienza ed il rigore necessario per fare un prodotto ben fatto: è la cultura del lavoro e del lavoratore responsabile del pezzo di produzione ancora artigianale e svincolato dalla macchina. Il Distributore che collegava le diverse lavoranti, veniva a ritirare la treccia per portarla in azienda e produrre i cappelli di paglia che generalmente venivano utilizzati in campagna o nelle attività estive.

È così che ho visto evolvere dopo pochi anni il lavoro a domicilio dove le donne alternavano le attività domestiche con quello produttivo in modo da ottenere uno pseudo salario.

Successivamente alla treccia è arrivata la produzione di borse di rete con maniglie fatte a mano utilizzando filo di nylon colorato. Anche questa lavorazione aveva la necessità di momenti di formazione per poter eseguire un lavoro di qualità senza del quale sarebbe stata impossibile consegnare il prodotto.

Dopo alcuni anni anche questa lavorazione è stata sostituita dal ricamo dei maglioni provenienti dal distretto industriale di Carpi che produceva il prezzo grezzo e le donne dovevano sviluppare la capacità di ricamare utilizzando lane colorate su disegni specifici.

Ricordo, di quegli anni, le molte ore di mia madre Pina passate sia durante la notte che alla mattina presto per completare il ricamo e la consegna nei tempi dettati dalla gruppista. Era infatti lei, Ada,  che organizzava il lavoro prelevando i maglioni nelle imprese di Carpi e con grandi fagotti li trasportava sul treno fino a Suzzara per essere distribuiti. Alcune volte ho avuto modo di andare con lei e di vedere da vicino le grandi aziende che producevano maglioni e tutta la numerosa attività di distribuzione a domicilio. Il suo lavoro è descritto anche nell’intervista all’interno del volume e rappresenta una esperienza importante anche della mia vita di ragazzo poiché mi ha permesso di capire il significato della organizzazione del lavoro e dello sfruttamento a domicilio.

I racconti di mia nonna mi hanno anche permesso di comprendere come la cultura del lavoro a a casa fosse ampiamente radicata nella civiltà contadina e nella tradizione del fare della donna nella condizione rurale. Con il trasferimento nell’ambiente urbano si viene a creare una specializzazione di ruoli tra il maschio che lavora fuori casa e la donna casalinga con uno spazio di tempo per poter lavorare tra le mura domestiche al fine di recuperare del reddito necessario per la famiglia. In questo modo si crea una condizione di spazio temporale, luogo di lavoro e abilità specialistiche per lo sviluppo del mercato del lavoro a domicilio.

La raccolta dei materiali che compongono questa pubblicazione derivano in gran parte dalle ricerche effettuate durante la tesi di laurea sulle dinamiche territoriali del distretto  metalmeccanico di Suzzara e sul modello del decentramento produttivo. Infatti, parallelamente a quello meccanico mi sono occupato di quello tessile ricavandone alcuni materiali sul lavoro a domicilio al quale si sono aggiunti la raccolta e la sistematizzazione di documenti, interviste, rielaborazioni accumulate sul tema negli anni precedenti.

In particolare la raccolta dei materiali è stata condotta con lo scopo di collegare il tema dello sfruttamento a domicilio già evidenziato dai movimenti femminili nei decenni precedenti con il nuovo sistema del decentramento produttivo che si articolava ancor di più sul territorio nei modelli di sviluppo economico periferico.

La rilettura di questi materiali ormai datati, consente, tuttavia, ancora oggi di fare alcune riflessioni a distanza di 36 anni circa su ciò che veniva descritto e ciò che poi è avvenuto: non solo, ma è importante fare alcune considerazioni con le analogie e le differenze del contesto attuale rispetto al tema del lavoro svolto tra le mura domestiche.

 

  1. Il lavoro a domicilio come motore dell’artigianato e dellaPMI

Innanzitutto il lavoro a domicilio si era sviluppato sul sostegno del decentramento produttivo delle aziende. Da lavoro precario è passato a lavoro strutturato artigianale e da esso molte volte sono nate nuove piccole imprese che hanno alimentato la struttura dell’apparato produttivo attuale. E’ importante sottolineare questo processo perché da un lato rimane chiaro il tema della disgregazione dello sfruttamento a domicilio dall’altro lato questa condizione promuove sempre più una formazione professionale di azienda artigiana, che porta alla emersione del lavoro nero verso una struttura di artigianato che pur mantenendo subalternità alla medio-grandi azienda contribuisce alla formazione di un apparato imprenditoriale che nei decenni determina una base socio-economica importante.

Questo processo di stabilizzazione graduale del precariato è venuto a mancare negli ultimi 20-30 anni dove invece si è assistito ad un fenomeno diametralmente opposto ovvero ad un processo di precarizzazione anche dell’artigianato e della piccola e media impresa tradizionalmente stabile. La crisi infatti ha demolito pesantemente molte aziende di quel tipo ricostruendo una nuova forma di lavoro o domicilio o di precariato sociale molto simile a quello degli anni 60. Il paradosso quindi, è che questa recente regressione socio-economica demolisce la capacità di costruire una  piccola e media impresa manifatturiera e disarticola il precariato o “neo bracciantato” senza la capacità di consolidare struttura produttiva.

Su questo fenomeno di “nuovo lavoro a domicilio” più precario che colpisce generazioni di giovani e non più le “donne a casa”, occorre fare una ulteriore riflessione: questa situazione porta con sé anche una debolezza strutturale derivante dalla mancanza di prospettive produttive di lungo periodo. Ciò che invece avveniva negli anni ‘60 durante il boom economico con la maturazione e la trasformazione da precariato a lavoro strutturato con la relativa consapevolezza di una prospettiva futura, oggi invece si assiste alla demolizione di una visione prospettica e l’articolazione del precariato in una società debole, e priva di basi solide per costruire futuro determinando sempre più l’impoverimento sociale e socio economico senza avere capacità di investimento in piccola azienda o di artigianato.

Un’altra considerazione che si può fare nel confronto con la condizione attuale fare è quella relativa al tipo di rete del lavoro domicilio ovvero del sistema di relazioni tra diverse lavoranti,  gruppisti ed imprese. La rete degli anni ’60-70, oltre a garantire una elevata flessibilità, manteneva un regime di concorrenza tra i lavoratori anche se la crescita economica garantiva anche livelli di cooperazione di gruppo e di sistema che rendevano tale lavoro, pur con sfruttamento domicilio, una occasione di soddisfazione professionale ed economica per molte famiglie povere che trovavano soluzione ai loro problemi.

Oggi il modello dominante del precariato è caratterizzato dalla disarticolazione del ciclo produttivo e la parte di lavoratori che opera a domicilio vive situazioni molto più isolate. Esistono gerarchie pesanti con il sistema delle imprese del decentramento e vi è una scarsa cooperazione, anche informale, tra i lavoranti. Ciò produce il paradosso di aver peggiorato le condizioni di sfruttamento attuali pur avendo a disposizione tecnologie di comunicazione molto più avanzate. Ora esistono sistemi locali molto gerarchizzati, basati su import ed export tecnologici dove il decentramento alle lavoranti a domicilio viene parcellizzato, controllato ed è molto più segmentato.

  1. Internazionalizzazione del lavoro a domicilio con l’immigrazione

Un’ulteriore riflessione si può fare osservando come il decentramento produttivo ed il lavoro a domicilio si siano disarticolati da un ambito territoriale distrettuale locale ad uno internazionale e mondiale come avvenuto da alcuni decenni. Lo sviluppo delle tecnologie permette oggi la realizzazione di lavori a domicilio per prodotti che trovano composizione in altre parti del mondo.

Vi è poi il forte processo di immigrazione che trasferisce nuovi modi di sfruttamento, anche a domicilio, fino a ribaltare il luogo residenziale in quello produttivo. Il paradosso della condizione del lavoro a domicilio attuale è rappresentato dal caso dell’immigrazione  orientale che trova la possibilità di lavorare con turni disumani in condizioni di vita vincolate al lavoro di macchina. In altri termini l’abitazione scompare. Il luogo residenziale diventa il capannone o lo spazio produttivo dal quale si ricava il giaciglio sul quale si mangia e si dorme in attesa del prossimo turno di lavoro. E’ il ritorno al medioevo od alla colonia penale tollerata.

  1. Telelavoro

Un’altra riflessione riguarda il tema del telelavoro a domicilio ovvero dei contratti, e di ufficio dove le imprese consentono di svolgere gran parte delle attività nella propria abitazione. Questo fenomeno importante è una nuova forma di lavoro domicilio che generalmente viene richiesta dal lavoratore per agevolare le proprie situazioni di famiglia e dall’altro lato consente al datore di lavoro di ridurre una serie di costi. Il controllo della produttività è garantito dai sistemi telematici che consentono al lavorante di svolgere la propria attività sotto il diretto controllo dell’azienda e con possibilità di interazione assolutamente efficaci al pari della propria attività in azienda. Questa nuova modalità di lavoro “dipendente” si svilupperà sicuramente nel futuro ed è completamente diversa dal lavoro professionale indipendente del precariato a partita Iva che ha caratterizzato ed ancora caratterizza molti segmenti delle attività produttive e terziarie.

Questi tipi di frammentazione del lavoro precariato pone il problema della rappresentanza sindacale e dell’azione politica che oggi è in difficoltà a causa dell’incapacità di questi segmenti di avere una significativa rapporto di forza sociale.

  1. Ringraziamenti

Concludo queste brevi osservazioni ricordando e ringraziando coloro che hanno reso possibile questa pubblicazione in quanto avevano la sensibilità sociale e politica di ritenere significativo la ripresa delle tematiche del lavoro a domicilio e dello sfruttamento diffuso.

Innanzi tutto occorre ricordare il Dott. Claudio Bonafede, economista geografo, che svolgeva le attività di ricerca presso l’Ufficio Studi della Cgil oltre che  insegnare nelle scuole superiori. La sua preziosa intelligenza lo aveva portato poi a promuovere come assessore provinciale al territorio e allo sviluppo economico un cambiamento radicale di approccio alla lettura dell’assetto produttivo della provincia. Infatti egli cominciò a ribaltare il luogo comune della politica locale che riteneva il territorio mantovano come “area depressa” evidenziando invece il nuovo modello dominante caratterizzato dall’economia periferica della piccola e media impresa. Il mantovano da area “povera” si riscoprì la provincia tra le più ricche ed ad alto valore aggiunto Italiane dimostrando come tale modello fosse un supporto importante per la nostra realtà sociale. La sua prematura morte dopo una devastante malattia ha privato la politica mantovana di un punto di riferimento innovativo e serio.

Un ringraziamento va fatto anche a al prof. Eugenio Camerlenghi che durante le lezioni a Geometri insegnando l’Economia e l’Estimo e mi obbligava a fare i “conti” con l’economia reale oltre a criticare i miei sogni di rivoluzione sociale.

Per le storie del lavoro a domicilio devo anche ricordare i miei incontri con Maria Dalmaschio ex Assessora all’Ambiente della Provincia di Mantova e con Valeria Gelsomini Bottoni presidentessa dell’UDI di Mantova.

Nei ringraziamenti occorre menzionare Silvio Bagattin e Gianfranco Bettoni in qualità di editori di Controverso che colsero l’occasione della mia provocazione sui temi del Lavoro e sostennero la pubblicazione del volume e la sua distribuzione. La volontà di riportare tematiche che riguardavano il territorio provinciale anche a Mantova città è stato sintomatico della visione “ampia” che entrambi hanno sempre dimostrato nella loro attività culturale e politica.

Devo infine rammentare, non solo i miei genitori e parenti coinvolti nel sistema del lavoro a domicilio ma anche il Prof. Wainer Melli che, come insegnante delle scuole medie di Suzzara, aveva trovato il modo di far dialogare i figli con le mamme e misurare con i loro dati statistici la penetrazione del lavoro domicilio nel Mantovano. Poi diventerà Sindaco.

Le foto sono state prese in parte dalle pubblicazioni della Lega della Cultura di Piadena nella rappresentazione del lavoro domicilio agricolo mentre le restanti immagini sono state scattate a Suzzara nei luoghi dove avvenivano la l’attività artigianale e la distribuzione del lavoro domicilio.

 

 

leoni

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Autore: admin

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