Il Primo Maggio di Zena Roncada

Zena Roncada

Sarà che spesso ci svegliava il sole e, se questo non bastava, era la voce di Enzo che arrivava già da allora, forte e chiara. La voce che diceva ‘È il primo maggio, la festa dei lavoratori’.

Sarà che ci si alzava svelti, per vedere cos’altro succedeva, dietro la Topolino verde prestata dall’Ivano, per annunciare che il comizio c’era.

Sarà che la festa era già tutta nell’odore: la gallina gonfia a sobbollire, la pancia piena di tritura. Certi ovini caldi (quanta ricchezza implosa) già pronti nel piattino per la mano più veloce, col sale per seconda pelle. E le scarpe, le scarpe col nero ad asciugare sui gradini, prima che il nonno le tirasse a straccio: rito d’antica, familiare tradizione, che voleva le donne risparmiate e gli uomini fieri di tanta gentilezza brillantata.

Sarà che gli uomini di casa si facevano belli, con la camicia bianca, e poi ci tenevano per mano, fino al carretto portato nella piazza: bandiere e biciclette poggiate agli archi del palazzo, come in un parlamento rustico, fra parole che non capivo bene, tutte stese davanti al municipio, sedute al caffè coi tavolini, poi alte alte sul vociare da mercato.

Il comizio finiva: allora mio padre metteva me (e la mia timidezza di vergogna) lassù, in alto, perché ci fosse un bacio all’oratore.

Sarà che si tornava con un nastrino al petto e i garofani rossi.

Sarà che mianonna, appena a casa, li requisiva, i fiori, per cercarne i getti e piantarli nel giardino.

Sarà che i getti si chiamavano ‘cursin’, di esse dolce: piccoli cuori, come tutto ciò che la Dina mianonna maneggiava,… ma è proprio ‘quel’ cuore che mi manca, oggi, il cuore dei gesti e delle cose. Quello che si trovava anche su un carretto, quando si era semplici e bambini.

Autore: Rosso di Sera Mantova

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