Le Feste de L’Unità

Le feste de l’Unità hanno rappresentato un pezzo di storia dell’Italia; storia personale e collettiva di milioni di donne e uomini, illustri e sconosciuti.
Storia di un grande fenomeno politico che divenne momento di acculturazione di massa, tradizione popolare, sino a diventare patrimonio della democrazia.

Negli anni ’70 si riprende a fare la festa dell’Unità in città al Bosco Virgiliano.
Nel 1978 e nel 1983 si tennero a Mantova due Feste Nazionali de l’Unità dedicate ai temi della cultura e della valorizzazione dei beni monumentali, storico-artistici e ambientali.
In entrambe le occasioni,Mantova venne invasa da migliaia di visitatori e il suo centro storico, le sue piazze, le sale più prestigiose si aprirono ai cittadini, a manifestazioni collettive, agli spettacoli di massa.
Allora, per la prima volta, venne proposto un uso del centro storico diverso dal passato; o forse è meglio dire che il centro storico venne vissuto per davvero.

1978/1983: Mantova e le Feste Nazionali de l’Unità

Militanti, simpatizzanti e amici: centinaia di donne e di uomini, di giovani e anziani al lavoro. Agli architetti il compito di immaginare la dislocazione degli stand, agli artisti il compito di illustrarne i contenuti politici e culturali. Si comincia a montare i capannoni, si innalzano le torri, mancano poche ore all’inizio… in piazza Castello le sedie non sono ancora state portate, nello stand di fronte al Castello di San Giorgio i lavori per l’allacciamento della corrente procedono a rilento, nei punti strategici manca sempre qualcosa. Poi, improvvisamente, si parte e tutto funziona.

Le cucine.

Punto strategico delle Feste. Devono essere efficienti, pulite e, soprattutto, sfornare dei piatti similristorante a prezzi contenuti. I risotti del Taio e di Cimino: scontro titanico perché il primo era “menato”, mentre il secondo “alla pilota”. La città da una parte, Gazzo Bigarello, Casteldario, Villimpenta dall’altra. E poi il pesce di Suzzara, gli agnolotti fatti in casa da donne sapienti di Gonzaga, Pegognaga e San Benedetto…

Le torri e gli artisti mantovani.

Una torre traccia i percorsi all’interno della Festa, Mantova è per eccellenza la città delle torri. Si incrociano in piazza santa Barbara, in piazza Sordello, di fronte al Castello di San Giorgio e in altri punti della città. E’ il contributo dato dagli artisti mantovani:
Pedrazzoli, Schirolli, Sermidi, Savioli, Poltronieri.  E poi le scritte: Pace, Aria, Sole. E infine le strutture di Staccioli, Biasi e Zen.
La gente passa e osserva incuriosita: “Cosa vorrà dire quella scala rossa al neon appoggiata al muro? “ La fantasia si mobilita e per undici giorni sale al potere…con la scala.

Gli spettacoli.

Mimi, cabaret, balletto, teatro, musica; Guccini, Mastelloni, il Balletto Nazionale d’Ungheria, il flauto d’oro di Gazzelloni, il Gruteater, I madrigalisti, Gorni Kramer e l’immancabile liscio: ce n’è per tutti i gusti e per tutte le età.

Politica e cultura.

Decine di dibattiti e di incontri cui partecipano rappresentanti del Pci e di altri partiti. Non solo politica.
Nel 1983, in occasione del 500esimo anniversario della nascita di Raffaello Sanzio, Giulio Carlo Argan, storico dell’arte e sindaco di Roma, ne celebra l’opera in una affollatissima Sala dei cavalli a palazzo Te.

Enrico Berlinguer conclude la festa: un ricordo di Borroni Roberto

Berlinguer a Mantova

 

Il volto segnato dalla fatica, il sorriso appena accennato, un grande pacco di giornali e riviste sotto il braccio, la giacca stropicciata:  così  si presenta Enrico Berlinguer all’aeroporto di Bologna sabato 9 luglio del 1983. Dietro di lui, dritto come un pretoriano romano, Tatò. Berlinguer  ha accettato il mio invito di concludere, il giorno successivo,  la Festa Nazionale de l’Unità dedicata ai beni culturali e ambientali che per dieci giorni ha invaso le vie e le strade di Mantova: un successo straordinario. Guerzoni, il segretario regionale comunista dell’Emilia Romagna, mi da un colpetto con il gomito: « Guarda che  tocca a te riceverlo». Dice bene, Guerzoni: io me la sto facendo nei pantaloni. È il capo del partito. Mi chiedo se  devo salutarlo con un ciao o devo dirgli buon giorno e poi : « Come stai, compagno Berlinguer ? ». Opto per il buon giorno. Mi risponde con un ciao, appena sussurrato. Il tempo di fare una telefonata e siamo già in macchina diretti a San Benedetto, uno dei comuni, oltre a Mantova, dove si svolge la manifestazione. In auto il tempo non scorre mai e non è facile attaccare discorso. Poi prendo coraggio: «  Siamo diretti a San Benedetto, il paese che ha dato i natali a Enrico Ferri». Mi osserva in silenzio e poi, con un sorriso ironico, mi infilza: « E tu sei orgoglioso di aver dato i natali a Enrico Ferri» . Mi ha colpito in un punto vitale e gli rispondo che a Mantova siamo orgogliosi di aver ereditato la tradizione gloriosa del socialismo riformista e di essere il primo partito della provincia. « Era una battuta», mi dice, e il suo viso si apre finalmente ad un largo sorriso. Nella piazza di San Benedetto è un trionfo. Viene sballottato e baciato dalle compagne, stiracchiato da una parte e dall’altra. Non si sottrae e la scorta vacilla. In mezzo alla folla sembra ancora più mingherlino e indifeso. Si lascia andare. E, d’altra parte, cosa può succedergli ? Nulla, perché a Berlinguer vogliono bene. Lo ricordo timido e impacciato chiedere di poter andare in una casa per fare una telefonata. E nella casa lo vedo arrossire e ringraziare cortesemente una anziana compagna che gli chiede se gradisce dell’acqua minerale. Arrivati a Mantova si incontra con il Sindaco  Gianni Usvardi e, dopo il colloquio cordiale, si dice soddisfatto dei rapporti tra comunisti e socialisti e torna sulla battuta nei confronti di Ferri. «  Ora hai capito che scherzavo…». Gli chiedo se vuole andare a riposare. Non se ne parla: vuole andare sulla Festa. «Poi torno in albergo e scrivo gli appunti per il comizio di domani». Piazza Castello, il cortile degli Orsi, il giardino del Padiglione poi il listone dei Marmi e siamo già sul lungolago. Si ripete quanto è accaduto a San Benedetto. Attraversiamo le cucine e i ristoranti mentre centinaia di mani si protendono per toccarlo e i compagni delle cucine, quasi impazziti dalla gioia, picchiano forte sulle pentole, con i mestoli di legno, ritmando il nome: « Enrico, Enrico». Anche qui il servizio d’ordine ondeggia, stenta a reggere l’urto ma resiste. Ma lui non ne vuole sapere di evitare il contatto umano: risponde al saluto e, quando può, stringe le mani. Il giorno dopo, in casa di Giorgio Veneri, è seduto di fronte ad Anna, la moglie di Giorgio, ma un bottiglione di vino impedisce ad Anna di incrociare il suo sguardo:  « Scusi onorevole, ma io voglio vederla in viso», dice Anna mentre sposta il bottiglione. Berlinguer sorride, di un sorriso dolcissimo carico di umanità. E arrossisce. Dopo il comizio del pomeriggio, in una piazza Sordello stracolma di mantovani e di compagni venuti da altre provincie, ci rechiamo in una casa che guarda il lago per assistere allo spettacolo delle Naumachie: lo spettacolo innovativo, ipertecnologico che avrebbe dovuto essere il pezzo forte della Festa. Lo spettacolo inizia, ma si capisce che qualcosa non funziona: i laser, che avrebbero dovuto illuminare e attraversare il lago, fanno cilecca. È un disastro. Berlinguer mi guarda ed io penso alla figuraccia che stiamo facendo. Per fortuna il colpo d’occhio è straordinario: migliaia di  persone si sono assiepate sulle sponde. E quelle persone però si stanno chiedendo perché non succede nulla. È passata circa un’ora nel silenzio più assoluto, rotto solo dalla esclamazione di un compagno che affonda il coltello nella piaga: « L’avevo detto io che erano meglio i fuochi artificiali». Ad un certo punto Berlinguer mi pone una domanda che mi mette definitivamente al tappeto: «Roberto, ma quando inizia lo spettacolo ?». Sprofonderei. «Purtroppo sta finendo». Sorride divertito quando i compagni, in nome della tradizione consolidata, esaltano i fuochi artificiali, il liscio, la lippa e persino la corsa nei sacchi. Manca solo l’evocazione del palo della cuccagna. Aristocratico, freddo, distaccato dalle masse, chiuso: così lo descrivevano. Al contrario, in quei giorni di luglio  l’ho conosciuto come un uomo dotato di una forte carica di umanità, che la riservatezza dei suoi modi non riusciva a mascherare. Freddo ? No, no di certo. A conclusione del comizio, vedendolo molto stanco, l’ho invito a tornare subito in albergo. « No, devo andare dove ci sono le transenne perché una anziana compagna è dall’inizio della manifestazione che mi chiama». Sono passati venticinque anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer: un uomo politico che sfugge, a chi intenda ricordarne l’opera e il pensiero, a  tentazioni agiografiche e a meschine velleità demolitrici,   tese a presentarlo come passatista, antimoderno e settario.

« L’immagine dell’uomo era ed è – scriveva  Vittorio Foa – in violento contrasto con l’immagine consueta dell’uomo politico. Umanità, franchezza, modestia e discrezione sono connotati che fanno a pugni con le immagini ricorrenti di arroganza, astuzia, presunzione e ostentazione del potere cui siamo ormai abituati. La trasparenza e l’onestà della vita privata e pubblica di quest’uomo hanno un rilievo eccezionale sullo sfondo squallido dell’affarismo politico, piduista e no».

«Non sono mai stato d’accordo – scriveva Norberto Bobbio- con coloro che criticarono Berlinguer quando venne a Torino per parlare agli operai dopo il lungo sciopero alla Fiat. Fece quello che doveva fare, che riteneva fosse il suo dovere di leader del partito che alla classe operaia fa riferimento». Era un comunista italiano.

 

Roberto Borroni

 

 

I bambini

Eccoci a Tanapaese, lo spazio per i bambini. Ne hanno combinate di tutti i colori sotto la guida di animatori, insegnanti e genitori.

 

La Festa dell’Unità per i DIRITTI CIVILI al parco TE del 1988

Autore: Rosso di Sera Mantova

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