Per una storia politica del comune di Mantova

Gianni Usv.

 

Mantova dal dopoguerra ad oggi, comprendere il passato per guardare al futuro

“Su Telemantova di giovedì 2 ottobre, il tradizionale talk-show “Ultimo Miglio” è stato dedicato al confronto tra giornalisti mantovani sul tema “Mantova alla ricerca di un futuro”.
Sul futuro di Mantova non ho sentito nulla di originale. Ho ascoltato invece, inviata ai telespettatori, una “non modica” quantità di inesattezze sulla storia politico-amministrativa della città, una discreta dose di critiche assai poco documentate ed un attacco ad un fu-sindaco totalmente privo di attendibilità.

Le note che seguono rappresentano mie riflessioni sul passato di Mantova che ho inviato direttamente agli interessati. Con le stesse suggerisco una rilettura più attenta elle vicende politiche della nostra città dal 1945 ad oggi, partendo da una significativa massima di Indro Montanelli che mi par giusto ricordare:
“Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”.
Premetto che quanto di seguito scrivo lo posso documentare, o può essere verificato presso l’archivio storico del Comune (biblioteca comunale).

MANTOVA INDUSTRIALE O D’ARTE

1) Cominciamo dalla affermazione che “la scelta di fare di Mantova una città industriale fu errata, perchè la sua vocazione era di città d’arte e di turismo”.
Suggerirei di verificare in città d’arte equiparabili a Mantova (es. Parma, Reggio, Ferrara, Padova o Perugia), se ve ne sia una la cui economia viva solo di “turismo culturale e fluvio/lacuale” (nelle città citate non ci sono, è noto, i laghi). E’ tuttavia preferibile ricordare qual era la situazione economica della città e della sua provincia negli anni ’50
e successivi.
Prendiamo i dati dei censimenti: 1951, residenti in provincia 424mila > 1961, residenti 387mila > 1971, residenti 376mila. Nel primo decennio (esodo iniziato da alcuni anni) emigrarono 37mila mantovani; al secondo decennio salirono a 48mila, con alcune migliaia, fortunatamente, trattenute proprio dagli insediamenti industriali tanto criticati.
La sconfitta del sindacalismo bracciantile (a fronte della arroganza degli agrari sul rispetto “dell’imponibile della manodopera nelle campagne”) e la grande meccanizzazione del lavoro in agricoltura produssero un esodo drammatico dalle nostre campagne: il 40% degli occupati. Se in quel periodo la città non avesse offerto i posti di lavoro della Icip (1947), della Edison (1956), della nuova Burgo (1961), della Belleli (metà anni ’50) e senza dimenticare Cornelliani, Itas e FiamFilter, quanti altri residenti si sarebbero persi e con loro quante risorse per la città? E con la disoccupazione prodotta dalla chiusura dello zuccherificio Eridania, della Concimi Chimici e della Ceramica Mantovana, quante famiglie avrebbero potuto rimanere in città e nel mantovano senza quelle industrie che in molta parte riassorbirono i nuovi disoccupati?
Si può anche pensare che tali industrie potevano insediarsi altrove. Ma è necessario ricordare che le stesse necessitavano tutte di acqua e del vantaggio della via d’acqua, che si prospettava con il canale navigabile in costruzione. Ma un’altra domanda ci dobbiamo porre: perchè gli amministratori della città avrebbero dovuto rinunciare al loro ruolo di creare posti di lavoro con la “fame di lavoro” che c’era in quegli anni? L’invito ad una maggiore obbiettività nel valutare quella fase storica mi pare doveroso rivolgerlo a tutti.
Rea

TOMBAMENTO DEL RIO

2) Proseguiamo con “lo sventramento del centro storico e del tombamento del Rio”, che avrebbero rovinato la città per il grave scempio ambientale arrecato alla stessa. Anche su questo argomento, un pò di rilettura storica e di serena valutazione della portata di questa “rovina” non guasterebbe. Il piano urbanistico che interessava quella parte del centro (ed anche l’altro per l’ex-Ghetto), non era solo un “piano particolareggiato del nuovo centro cittadino” (delibera del Podestà ottobre 1940), ma un “piano di risanamento igienico”, che verrà approvato con R.G. nel gennaio 1942. La condizione abitativa delle case di quella zona del centro era caratterizzata dalla loro fatiscenza, dalla ricca presenza di attività economiche assolutamente insalubri (concerie, meccaniche, tipografie, depositi di lubrificanti e di legnami, ecc.), di topi e dalla assoluta anti-igienicità degli alloggi (ecco perchè piano di risanamento igienico!). Merita una riflessione anche il fatto che quel tratto di Rio, poi tombato, non era ambientalmente caratteristico come gli altri tre: i fabbricati che lo fiancheggiavano erano modesti e fatiscenti (si vedano le foto di quel periodo sulla Gazzetta) e quel tombamento fu anche funzionale alla realizzazione (prevista nel piano) di una nuova arteria necessaria per collegare due zone non comunicanti della città, piazza Martiri e piazza Leona (oggi Cavallotti).
Gli amministratori dell’epoca (Rea, De Nicolai e Dugoni) si trovarono, come è noto, a governare una città dopo la guerra senza Prg vigente (e neppure semplicemente adottato), mentre avevano il Piano di risanamento già approvato e immediatamente attuabile. Ricostruire edifici colpiti dalle bombe non richiedeva piani urbanistici, ma rifare un pezzo di città sì. Quindi, o si utilizzava il Piano del 1942 o si ricominciava da capo il tutto e con i tempi burocratici noti; mentre in città c’era la grande necessità di lavoro e di case nuove dotate di servizi. All’epoca, va ricordato, la cultura della “conservazione del vecchio edificato” non era ancora patrimonio di molti (l’Unesco nacque alla fine del 1945). Anzi, ammodernare una città era generalmente ritenuto un fatto positivo. E del “moderno” che conosciamo a Mantova sono piene tutte le città italiane. Forse si potrebbe anche affermare che la nostra città, tutto sommato, è una di quelle che ha meglio conservato l’antico.
Se proprio si vuole fare un bilancio su questo tema, risulterebbe più fondata qualche
critica ad altri sindaci ed altre giunte, perchè quando si sono realizzati quei discutibili edifici che tutti vediamo in corso Vittorio Emanuele, o in largo Pradella, o in via P. Amedeo, via A. Mori, corso Garibaldi, ecc., c’era un Prg già adottato (1956) con norme di salvaguardia immediatamente vigenti o c’era il piano già approvato in via definitiva
(5 marzo 1959).

Denicolai
110MILA ABITANTI

3) E veniamo al Prg per una città dei 110mila abitanti e del fallimento della Grande Mantova. Il Prg che prevedeva i 110mila abitanti era quello redatto dall’arch. Bottoni di Milano, incaricato nel 1955 con sindaco De Nicolai (il sindaco Rea era scomparso da poco) ed adottato dal Consiglio Comunale (dopo ampi confronti pubblici) nel dicembre del 1956. Dopo le elezioni del luglio 1956 diventò sindaco Eugenio Dugoni. La sua giunta espletò poi la procedura delle “osservazioni/controdeduzioni al Piano” e trasmise al Ministero gli elaborati per l’approvazione definitiva. Il nuovo Prg, come ricordato, fu approvato con Dpr nel marzo del 1959.
Quella previsione fu sicuramente troppo ottimistica, ma nessuno poteva immaginare che lo “sviluppo industriale” dell’Italia si sarebbe concentrato nel triangolo MI/TO/GE, bloccando l’industrializzazione sia in città che in provincia e frenando la crescita che la città aveva registrato dal 1950 in avanti. Ma quel Prg, pur sovradimensionato, non ha tuttavia provocato danno alcuno alla città. Quando nel 1975 (giunta Pci/Psi con sindaco Usvardi) l’arch. Tintori avviò l’elaborazione del nuovo Prg (approvato dal Consiglio nel 1980) la previsione insediativa fu portata a 80mila abitanti. In quel momento la città aveva raggiunto i 65.700 residenti. Da quel picco il capoluogo cominciò a perdere abitanti, sino a scendere ai 47.800 del 2005 per risalire ai 48.500 del 2013.
La città ha sicuramente perso molti abitanti a favore dei Comuni limitrofi. Ma quali sono state le origini di questo calo, dovuto non solo alla emigrazione in quei Comuni? Perchè non si è potuto/saputo realizzare la Grande Mantova?

Dugoni

GRANDE MANTOVA

Sul tema suggerisco alcune riflessioni:
a) Sull’impreditoria locale, purtroppo non all’altezza del suo ruolo, che era quello di fare investimenti e innovare i suoi impianti, anzichè investire nel settore speculativo dell’edilizia o magari investire all’estero; in questo ambito, nell’ultimo ventennio, ha pesato anche la crisi generale nel settore industriale del Paese.
b) Sul grave ritardo di Ministero e Regione, nel completamento del porto/canale per rendere effettiva la nostra offerta di intermodalità trasportistica (strada, ferrovia e acqua), con qualche responsabilità anche della classe politica e imprenditoriale locale (le attuali vicende di Valdaro dicono molto).
c) Sulla politica locale, che ha sicuramente la responsabilità di aver perso (per eccesso di ambientalismo) l’insediamento del nuovo centro ricerche della Glaxo (quello poi insediatosi a Verona),
con perdita di circa 200 posti lavoro e tuttavia non risolutivo della crisi occupazionale e della residenza.
d) Sul fatto che, comunque fossero diversamente andate le cose, la città non aveva (e non ha!) la superficie in grado di ospitare tutte le lottizzazioni realizzate a Virgilio, Curtatone, San Giorgio, Porto Mantovano, Marmirolo e Bigarello. Non si deve dimenticare che il territorio della città è coperto per migliaia di kmq. da Mincio e laghi, zona industriale e Burgo, bosco Virgiliano e Migliaretto, parco Te e stadio, ospedale C. Poma, cimitero monumentale più quelli Israelitico, di Lunetta e di Formigosa, piazza Virgiliana, parco di Belfiore, stazione Fs e senza scordare i tanti nostri monumenti.

LA 167 IN CENTRO STORICO

Questa carenza di territorio poteva in parte, ma solo in parte, essere coperta dal recupero dell’edificato in centro-storico. Ricordo, al riguardo, che i sindaci di Mantova (Usvardi), di Bologna (Zangheri) e di Milano (Tognoli) tentarono di far modificare la legge 167 (per edilizia economica-popolare) in modo che la stessa potesse essere applicata (procedura di esproprio con valori non speculativi) anche sui centri storici. I governi Centristi dell’epoca (a netta prevalenza Dc) non ne vollero sapere! Anche Mantova perse quella importante battaglia politica.
e) Sulla responsabilità sociale della proprietà agricola privata, che non ebbe remora alcuna di distruggere preziosi fondi agricoli per speculare sulle aree vendute per le lottizzazioni a 4/5 volte il loro valore agricolo (all’epoca 8/10mila lire al mq. contro i mille/2mila) e delle giunte locali che, oltre a trovarsi con costi delle aree inferiori a quelle che la proprietà chiedeva in città, applicavano oneri di urbanizzazione cinque/sei volte più bassi rispetto a quelli richiesti nel comune capoluogo.
Per qualche decennio i famosi Comuni per la Grande Mantova offrirono ai loro cittadini gli asili nido, le scuole materne, quelle medie e le palestre nel………. comune capoluogo.
Si pensa che sia dei sindaci e delle giunte del capoluogo la responsabilità di non aver raggiunto alcun risultato? Con il sindaco Usvardi, dopo il voto del 1975, fu ripreso il discorso avviato nel 1972 dall’allora assessore dc Nello Zaniboni (non Tonino!) con la giunta Grigato. Si pensò di poter avere più opportunità del ’72, perché negli altri Comuni c’erano 2 sindaci del Psi e 2 del Pci. Ogni sindaco ritenne, purtroppo, di dover rendere conto ai propri cittadini. I segretari dei partiti Pci/Psi (ma anche Dc) che potere avevano sui sindaci in quei Comuni? Poco o nulla! E l’imprenditoria locale, le associazioni di categoria, i sindacati che pressioni hanno esercitato sulla politica perchè si facessero scelte coraggiose? Come si vede il “futuro di Mantova” non era (e non è!) solo nelle mani della politica cittadina.

Usvardi
LE COLPE DI USVARDI?

4) Chiudo queste note, richiamando l’affermazione che reputo la più ingiustificata ed anche inutilmente offensiva:
“La catastrofe è cominciata con Usvardi che ha ingessato la città, l’ha bloccata, non l’ha fatta crescere, dicendo no all’università, no alle infrastrutture. Con Usvardi il nulla”.
Per contestare questo giudizio non mi affido solo alla memoria di chi dal 1956 ha cominciato ad interessarsi dei problemi della città. Porto la mia conoscenza diretta, essendo stato per sei anni il vice di Usvardi e per avere lavorato con lui anche nei successivi 5 anni dalla mia posizione di presidente della Ussl 47.
Sulla massa di investimenti pubblici e privati fatta nei periodi 75/85 ed 85/90 invito alla lettura di un documento che il Pci cittadino predispose in occasione delle elezioni comunali del 1980, relativamente alle “opere progettate, finanziate e realizzate” dalla giunta uscente, ai “progetti pronti già finanziati o da finanziare” ed agli “investimenti dei privati resi possibili dalle scelte della giunta”. Mi limito a ricordare che per la prima voce (compresa l’acquisizione di immobili e terreni) l’importo di spesa fu di 25 miliardi e 364 milioni di lire valore d’epoca. Per la seconda voce furono 35 miliardi e 50 milioni di lire e per la terza voce (privati/cooperative) furono 64 miliardi sempre di lire.
Rivalutati ad oggi e trasformati in euro quegli importi, siamo alla notevole cifra complessiva di 450 milioni e 230 mila euro. Si trattò dunque di un investimento, quello sì senza precedenti per Mantova. Dire quindi “con Usvardi il nulla” significa ignorare la storia della città.
Mi pare anche opportuno ricordare che nei due mandati successivi (ancora Usvardi e poi Bertazzoni), tutti gli altri progetti definiti “già pronti e da finanziare” sono stati realizzati con la sola eccezione di due opere (sopraelevazione scuola media nella ex-Gil e sovrappasso di viale Oslavia).

MANTOVA CITTA’ FESTIVAL

Se poi vogliamo riflettere più in grande, fuori dalle sole opere pubbliche, e senza pre-giudizi su quel periodo, reputo giusto ricordare:
a) “Mantova città festival” fu un’idea (1974) di Gianni Usvardi. Da quell’idea nacque poco dopo l’EMM (Ente Manifestazioni Mantovane) e questa fu a sua volta propedeutica alla nascita del “Centro Internazionale d’Arte” di Palazzo Te.
b) Se oggi Mantova ha un importante terzo polo museale (Museo Archeologico), oltre al Ducale ed al Te, è perché Usvardi e la sua giunta furono concretamente mossi dalla volontà di valorizzare sempre di più la città d’arte e decisero di regalare (si regalare!) al Ministero dei Beni Culturali l’ex-mercato ortofrutticolo (anche noto come “mercato dei Bozzoli”) in piazza Castello.
c) Con Usvardi (e con quanto di novità portò la componente Pci) furono avviati i primi contatti con vari uffici dei Ministeri della Difesa e del Demanio, affinchè al Comune venissero ceduti: l’ex-Distretto Militare, l’ex-Forte del Frassino, gli ex-magazzini di San Nicolò (Fiera Catena), la casa di Sparafucile e gli ex-capannoni San Giorgio (vicini la cimitero Israelitico).
Operazione che portò a vari accordi bilaterali (1978/1981/1985 e 1989) che trovano riscontro nella delibera n.1685 del 7/11/1989 della giunta Bertazzoni. La delibera fu sospesa dal CRC (comitato regionale di controllo) per chiarimenti sul collegato accordo Comune/privati (era una anticipazione di ciò che la legge Merloni chiamerà poi project-financing). La delibera, pur essendo vantaggiosa per il Comune, fu annullata perchè quella procedura non era ancora ammissibile (la proposta di legge restò bloccata in Parlamento).
Ma nessuna delle Giunte succedutesi da allora ad oggi ha più portato a compimento quella operazione di grande valore per il patrimonio storico cittadino. Anzi, hanno addirittura rinunciato ad offerte pervenute dal Ministero (vedasi ex-Distretto).
d) Con Usvardi (sempre giunta Pci/Psi) partì, contrariamente a quanto affermato nella trasmissione Tv, il progetto per la realizzazione del sistema tangenziale di Mantova. Nel 1975 la Soc. Alpina, su incarico e con finanziamento del Comune, progettò il primo tratto Nord della tangenziale. Con l’Anas e la Regione si arrivò poi al protocollo che prevedeva il completamento ad Est (e non Ovest!) dalla Ostigliese alla Romana ed il tratto Sud sino agli Angeli.
Il tratto Nord fu successivamente realizzato, mentre per gli altri due chi ha amministrato la città dal ’93 ad oggi ha fatto tutto il possibile per azzerare quel protocollo d’intesa. Ricordo che ce n’è uno del 2003 (connesso alla realizzazione della autostrada CR/MN) che prevede la cancellazione del “tratto Est” da sostituire (meglio, mantenere per l’eternità!) con via Cisa e via Brennero. Se chi fece quella scelta fu “dinamico e lungimirante” lascio deciderlo ad altri.
e) E’ stato anche detto che “Mantova è sparita dalla Comunità del Garda”. Forse è in parte vero. Mi permetto tuttavia di ricordare che Mantova non aveva diritto/titoli per entrare nella Assemblea della Comunità con un suo rappresentante (nessun lembo della nostra provincia confina con il lago). Ma con Gianni Usvardi (e la sua amicizia con l’on. Aventino Frau allora presidente della Comunità) ottenemmo un posto nella assemblea gardesana. Per alcuni anni ho rappresentato Mantova in quel consesso. Ma, per quanto mi risulta, dal 1990 più nessuno (o quasi) è andato alle riunioni della Comunità. Neppure per pretendere il rispetto in tempi brevi degli impegni assunti sul depuratore di Peschiera.
f) Il teleriscaldamento cittadino fu un’idea di Usvardi, di Aimoni e di Bentivoglio (questi ultimi, presidente e direttore della allora ASM). La semplice azienda che gestiva la distribuzione di acqua e gas e la raccolta dei rifiuti diventò una azienda industriale. Con il teleriscaldamento fu eliminato lo scarico in atmosfera di migliaia di tonnellate di SO2, grazie alla sostituzione di centinaia di vecchie caldaie condominiali ad olio combustibile o gasolio (ma ci ricordiamo cosa c’era d’inverno sulle nostre auto parcheggiate in strada?).
Abbiamo sicuramente compiuto degli errori, ma dire che allora congelammo con “il nulla” la città, è falso e ingeneroso.

IL DOPO USVARDI

Non intendo eccedere con i ricordi “del dopo Usvardi e del dopo giunte Pci/Psi”, ma mi pare giusto non dimenticare che negli ultimi vent’anni sono stati persi (questo sì senza precedenti!) per le casse comunali: 10 miliardi di lire sulla legge Tognoli per i parcheggi in città (ripresi dalla CDP nel 2000); 27 miliardi di lire per un tribunale che il Consiglio Superiore dei LL.PP. non ha mai approvato, perchè l’edificio progettato era doppio rispetto alle locali esigenze degli uffici giudiziari (CDP nel 2002); 3 milioni di euro pagati per il progetto del nuovo tribunale mai realizzato; più di un milione di euro per penali già pagate a privati (e non è finita!) per la revoca di lavori già assegnati. Su questi, la Brioni porta la responsabilità di non aver voluto neppure tentare la rinegoziazione (ammessa dalla legge per i project-financing); ma gli stessi, è giusto ricordarlo, erano stati annullati dalla Autority Garante sugli Appalti Pubblici, perchè assunti in violazione della legge Merloni dalla precedente giunta!
E quì mi fermo, anche se potrei continuare raccontando della odierna farsa della giunta Sodano (anche questa senza precedenti nella storia repubblicana di Mantova) e delle decine e decine di pagine della stampa locale con l’annuncio della imminente realizzazione di “fantastiche” opere per la città e di barcate di miliardi in arrivo………che nessuno ha mai visto!

Mantova, 20 ottobre 2014
Gianni Lui

Autore: Rosso di Sera Mantova

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