Romano Bonifacci : Un viaggio da IL PROGRESSO alla TRIBUNA DI MANTOVA

A febbraio di quell’anno era morto improvvisamente il sindaco Rea.
Al suo posto era stato eletto il vice presidente della Provincia Piero De Nicolai  e,  come sindaco del capoluogo, entrava a far parte della segreteria del Partito accanto a Bruno Pasqualini, Renato Sandri,  Angelo Chierici e Teodosio Aimoni, segretario della Camera del Lavoro provinciale. Io a Milano, più che frequentare le lezioni di analisi matematica e di geometria analitica, leggevo Gramsci  le cui opere acquistai in blocco, e a rate, da un furgoncino della Einaudi, posteggiato in Piazza Leonardo Da Vinci, davanti al Politecnico.
Poi sottolinei con molta cura e in parte trascrissi la relazione che il compagno Palmiro Togliatti  aveva fatto in quei giorni alla conferenza di organizzazione del Partito  al Teatro Adriano di Roma. Furono quelle letture determinanti per il mio futuro politico.
L’ingegnere non sarebbe mai stata la mia professione, anche perché se fossi stato libero di scegliere da solo, avrei optato per medicina. A Milano partecipai in quei giorni al congresso dei giovani comunisti della Sezione Clapiz che operava nei pressi dell’Università e lì conobbi ,e ascoltai per la prima volta, un giovane operaio della Borletti, Antonio Pizzinato ( si proprio lui, il futuro segretario generale della Cgil ). Era tale il mio entusiasmo che, pur senza averne alcun mandato, portai a quella assemblea il saluto dei giovani comunisti mantovani.

DegGasperiVerso la fine di giugno Il Progresso abbandonò la Citem  e si trasferì in una nuova tipografia, La Commerciale di via Acerbi, dove troverò tanti amici a cominciare da Giovanni Faveri.  Il giornale cambia un poco: il formato è lo stesso ma le colonne da nove diventano sette, la carta è molto più bianca, diversa anche la macchina da stampa, lenta, piana ma efficientissima . Il contenuto resta lo stesso di prima, molte lotte del lavoro, tanti braccianti, mondine, articoli a non finire sui patti agrari, tanti contadini impegnati con l’elezioni dei rappresentanti delle loro mutue, tanta  lotta per la pace ( il problema era così acuto che in Italia era sorto il Movimento dei Partigiani della Pace,  Attilio Zanchi guidava  il  Comitato provinciale ) e una apertura al mondo dello sport che fino ad allora era limitato ai campionati di calcio Uisp .
A settembre Aronne Verona venne mandato a Roma alla scuola quadri di Partito, e così si aprì  la possibilità di una mia assunzione per dare una mano a Dante Becchi. Accettai,  ma non dormii la notte. Fare un giornale in tipografia è un conto, idearlo, scriverlo, titolarlo e disegnarlo è un altro. Nessuno mi insegnò niente. E poi c’era da gestire i collaboratori, correggere le corrispondenze, chiedere contributi giornalistici a Tizio e a Caio, a me assolutamente sconosciuti. I patti agrari poi furono il mio tormento. Dovevo capire cos’è la mezzadria, la colonia, la differenza che passa tra il salariato fisso e il bracciante, l’azienda capitalistica da quella a conduzione familiare, e tante altre cose. Ma non avevo tempo di farmi una cultura, leggevo in maniera disordinata, orecchiavo Enea Asinari e Mario Paluan, ascoltavo. Un giorno in redazione arrivò  con un articoletto uno che diceva di essere un perito agrario e di collaborare con la Federterra.
Era gentile, mi disse che veniva da Gazoldo degli Ippoliti.
Si chiamava Steno Marcegaglia. Si proprio lui, un futuro re dell’acciaio. Allora si occupava di agricoltura.

E’ settembre, mi metto alla scrivania di Aronne, di fianco ho Loris. Mentre davanti dovrei avere Dante, spesso lui non c’è. Al mattino ha ripreso a fare il maestro in una scuola elementare del Suzzarese. La solidarietà è tanta, la collaborazione dei compagni della tipografia totale, tuttavia sono in affanno, spesso mi sento abbandonato. E al piano di sotto non stanno meglio. Bruno Pasqualini viene ricoverato in Ospedale e , contemporaneamente o quasi, Renato Sandri viene operato di appendicite. Il comitato regionale del Partito, allora guidato da Pietro Secchia, manda Alessandro Vaia, un mastino silenzioso. E’  il 20 di dicembre quando il comitato direttivo della federazione prende atto che l’assenza di Bruno è destinata a prolungarsi e nomina il ristabilito Renato Sandri vice segretario, con l’incarico di reggere la segreteria sino al ritorno  del suo legittimo titolare. Nomina come responsabile della stampa e propaganda Attilio Zanchi, che assume anche l’incarico di direttore de Il Progresso. Io tiro un sospiro di sollievo. E comincio a scrivere a pieno ritmo. Come scrittore avevo esordito   nel mese di settembre con un servizio          ( pensate un po’ ) di carattere sportivo su una corsa ciclistica per dilettanti, la II Coppa della Cooperazione, vinta dall’allora nastro nascente  ( ma in seguito spentosi ) Giorgio Bandera del Pedale Soresinese . A bordo di una macchina bardata di contrassegni della nostra testata,  feci anch’io tutto il percorso che si snodava  nell’oltre Po. E lì ebbi la conferma della enorme simpatia che godeva Il Progresso. Più che un bel pezzo giornalistico,  ne uscì una importante iniezione di fiducia. Dopo la corsa ciclistica, venne la commemorazione dei martiri di Valletta Aldriga, a Curtatone , e alcuni altri articoli.

E nel 1956 la produzione giornalistica aumentò di molto : i baroni della terra di Roncoferraro, il sindaco di Revere “ più barba che testa “, le ruberie al  Consorzio agrario, don Egidio Azzi direttore della Casa dello studente di piazza Virgiliana, furono  alcuni fra i miei bersagli,  accanto ai racconti di lotte dei braccianti nelle aziende agricole della Sinistra Mincio. Fu anche un anno straordinario per alcuni clamorosi avvenimenti : la denuncia dei crimini di Stalin da parte di Nikira Krusciov al XX Congresso del Pcus, l’aggressione dell’Ungheria e della Polonia di un esercito che pur portando la stella rossa sul berretto,  sparava contro popoli considerati  sino a qualche mese prima fratelli.

maglio-goito-il-progresso-6-dicembre-1949jpg[1]Fu un terremoto  ideologico. Nel quale Il Progresso ebbe la sua parte. E nemmeno tanto secondaria: il mercoledì 31 ottobre  il numero 43 usciva in edizione straordinaria riportando il testo integrale di un documento approvato dal comitato federale ,allargato ai segretari di Sezione e dei Comitati di coordinamento in cui si esprimeva  “ assieme alla condanna  dei metodi staliniani, il dolore profondo e sincero per le vittime di questi tragici avvenimenti, non suscitati tanto da provocatori o da elementi controrivoluzionari quanto da movimenti tendenti a ripristinare il fondamento democratico e nazionale della costruzione socialista “.  Il titolo a nove colonne definiva che questa era “ la posizione dei Comunisti mantovani sui gravi fatti di Ungheria e    Polonia “ e piazzava  subito sotto, una grande foto di Antonio Gramsci . Sopra, a fianco della testata, una sferzante manchette : “ La verità è sempre rivoluzionaria “.
Io allora non ero nemmeno membro del Comitato Federale  ma a quella riunione partecipai ugualmente e ne riportai una enorme impressione. Le conseguenze furono altrettanto impressionanti. A Mantova si precipitarono Pietro Secchia e Alessandro Vaia.  Una buona parte di quei giornali fu bloccata,  in alcune Sezioni addirittura vennero bruciati. La segreteria fu messa sotto accusa tanto più che Pace e Libertà, una oscura organizzazione anticomunista sovvenzionata dagli Usa e forse da correnti della massoneria, riprodusse quella prima pagina de Il Progresso, firmato da Attilio Zanchi come direttore e dal sottoscritto come redattore responsabile, in centinaia migliaia di copie  che  vennero affisse sui muri di tutta Italia. Renato Sandri che alla fine di luglio era stato nominato segretario a tutti gli effetti perdurando la malattia di Bruno Pasqualini, mise a disposizione il suo mandato. Ma poiché si era alla vigilia del congresso, fu deciso che si proseguisse con una segreteria  nella quale entrarono anche Biagio Virgili e Attilio Zanchi, oltre a Teodosio Aimoni e a Piero De Nicolai. Con l’aggiunta di un ispettore del comitato regionale, il compagno Marino Mazzetti. A rendere più digeribile la pillola venne Mario Alicata, prima a novembre a celebrare l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, poi a presiedere e concludere  i lavori del Congresso provinciale. Esattamente il 23,24 e,25 novembre.

C’è un episodio che mi tocca personalmente. Mi era stato affidato il compito di prelevare il compagno Alicata alla stazione di Milano Centrale. Proveniente da Roma. Poi sulla macchina, guidata da Adelelmo  Germiniasi, avrei dovuto portarlo a Mantova,direttamente al congresso. Era un incarico di fiducia. E io lo fallii clamorosamente. Adesso ne rido, ma allora  molto meno. A mia parziale scusante il matrimonio che avrei celebrato di li a qualche giorno. Un passo non certo facile stante le mie condizioni economiche  e quelle di mia moglie , una corteggiatissima bella ragazza, miss Vie Nuove nella rassegna organizzata qualche mese prima nel cortile del Cral Salardi ma ora  in cinta. Il primo di dicembre in Comune il sindaco socialista Eugenio Dugoni sigillò la nostra unione ( si fa per dire, dal momento che in realtà per ben 18 mesi io andai “a morose” di mia moglie, in viale Montello). Ed ora a quasi 80 anni di età  rileggo sempre volentieri quella notizia che ho ritagliato e conservo, corredata da una foto  e titolata semplicemente  : Si è sposato il redattore. Matrimonio semplice, ricevimento povero “da Gastone “ ma felice. L’inizio del mio vero capolavoro di uomo. Ma ritornando al congresso che mi pare si svolgesse alla sala Astra, la balera  dell’ex Michele Bianchi, quando ci misi piede l’assemblea ironicamente mi tributò un applauso. Uno sfottò in piena regola. Il compagno Alicata era da tempo arrivato con un treno da Milano, via Verona.

Il 1957 si apre con l’VIII congresso nazionale del Pci. In quello provinciale di due settimane prima, Renato Sandri era stato riconfermato segretario. In redazione c’è tanto entusiasmo  e forte impegno. La nuova direzione  punta su una maggiore vivacità polemica,  sul  corsivo, aumentano i servizi giornalistici, il lavoro insomma non mi manca.  Si dà spazio anche al  tema dello sport. Il Mantova, allora sponsorizzato dall’Ozo, militava  in Quarta Serie, ma nelle sue file giocava  un 36enne che farà molto parlare di se : Edmondo Fabbri, soprannominato Topolino, ormai a fine carriera. A maggio entrai nel comitato federale della Fgci, eletto al quarto congresso provinciale svoltosi a fine aprile. Loris Pescarolo nel frattempo mi aveva passato il compito di corrispondente de l’Unità. Conservo ancora, e gelosamente, il tesserino n. 084 con la firma di Davide Lajolo, il mitico Ulisse, allora direttore dell’edizione milanese dell’organo del Pci, e con una data ben  precisa : aprile 1957.

Autore: Rosso di Sera Mantova

Condividi questo articolo

1 commento

  1. Quanto spessore e anima e ideali ardevano, allora, a Mantova. Dobbiamo tornare a vivere quei tempi. Edo

    scrivi una risposta

Rispondi