Romano Bonifacci : Un viaggio da IL PROGRESSO alla TRIBUNA DI MANTOVA

paietta bonifaciNel mese di maggio, l’8 per la precisione, diventai padre per la prima volta ( la gioia si ripeterà altre due volte il 2 febbraio 1960 a Mantova e il 4 settembre 1968 a Monza). Aumenta la gioia ma aumentano anche i problemi. Soprattutto quelli economici.
Improvvisa arriva nel pomeriggio di domenica 12 maggio la tragedia di Guidizzolo.
La Ferrari 335 S del marchese Alfonso De Portago, portoghese, a pochi chilometri dal traguardo di Brescia esce  di strada, si ribalta,  investe, impazzita, la folla, prima da una parte della strada, poi anche dall’altra : 11 i morti, fra loro 5 bambini.
Una strage.
Ed io, neo corrispondente del quotidiano, impegnato nelle vesti di novello padre in una stanzetta dell’Ospedale Carlo Poma, non vengo a sapere niente. Leggo la notizia sui giornali del giorno dopo.
E quasi mi prende un colpo. Leggo anche il servizio dell’inviato Giovanni Panozzo su l’Unità del lunedi. Prende l’intera prima pagina. La vergogna per aver “ bucato “ una notizia tanto clamorosa mi precipita in uno stato di scoramento dal quale a fatica riesco a riprendermi. Allora, purtroppo non c’erano i telefonini,  a casa mia e in quella dei miei suoceri non c’era nemmeno  il telefono fisso. Non ce lo potevamo permettere. Io lavoravo con la redazione milanese de l’Unità attraverso un appuntamento fisso quotidiano, la  famosa        “ fissa delle ore 20 “  ( domenica esclusa ), con la collaborazione di Carla e Carmen, le formidabili impiegate della Federazione. La telefonata era sempre in partenza da Milano, nel senso che chiamava il giornale. E noi lì ad aspettare. Ma bisognava risparmiare.

La ripresa non fu facile ma ci fu. Feci tesoro dell’incidente e mi ributtai nel lavoro di scrittura e di fattura del giornale, tagliando pezzi, sostituendoli, discutendo con corrispondenti e collaboratori . Quanti nomi mi vengono alla mente ! E purtroppo molti non ci sono più, di altri invece non ho  notizie. E mi spiace. Non li nomino perché farei senza alcun dubbio torto a qualcuno.

Percorro in lungo e in largo la provincia : faccio anche riunioni serali, comizi nei centri minori. E l’Università ? Mi iscrivo alla facoltà di Scienze politiche di Pavia, Sandri mi sprona  a farlo ma  non riesco a trovare il tempo. Le cose da fare sono troppe, mi piacciono, eppoi ora sono anche padre, un padre  che non riesce nemmeno a dormire con la propria moglie e la propria figlia. Al massimo si cena insieme e poi ognuno a casa sua. Lei in viale Montello, io in via Conciliazione al 32. Ed è proprio  a due passi da casa mia che inizia il mio interesse per la squadra di calcio del Mantova. Conosco i nuovi acquisti , innanzitutto Italo Allodi  che allora svolgeva le funzioni di impiegato della società dietro il bancone della Cosmik, una agenzia di viaggi, di cui la società, allora presieduta dall’avv. Bellini, si serviva per le trasferte della squadra. Ad Italo avevano riservato un angolo  e alcuni cassetti. Poi i giocatori Eugenio Fantini 24 anni e Gustavo Giagnoni 22 anni, prelevati dal Landini di Reggio Emilia, ospiti di un affittacamere, a quattro numeri civici del 32. Nasce una amicizia destinata  nel tempo a consolidarsi ed ad allargarsi ad altri protagonisti di quello splendido fenomeno che fu il Piccolo Brasile di Edmondo Fabbri e che io ebbi la fortuna di seguire passo a passo.

Il Progresso, malgrado gli sforzi della redazione, svolge una funzione importante, di orientameno  e di informazione, racconta le generose lotte dei lavoratori delle campagne, promuove anche dibattiti interessanti ma non riesce  a reggere, gli abbonamenti segnano il passo, la vendita nelle edicole è pressoché inesistente così come la pubblicità, accusa gli stessi malanni tipici della stampa di Partito. Giancarlo Pajetta che dirige la commissione stampa e propaganda della Direzione si pone il problema di rilanciarli ma prima vuole tentare un esperimento  pilota . E sceglie Mantova.

Mercoledì 16/7/58  esce l’ultimo numero de Il Progresso, nato  come abbiamo già detto nella tarda primavera del 1945, preceduto nel periodo che va dall’autunno del 1943 al 25 aprile del 1945, da La nuova Terra, stampato clandestinamente a Suzzara. Una testata che leggermente modificata in Terra nostra diventerà poi l’organo della Federazione del Psi mantovano.

Sotto il titolo Arrivederci, l’editoriale del n. 29 del 1958 segnala i “ grandi meriti de Il Progresso  ma aggiunge  “ ora siamo una grande forza….” e quindi  “ dobbiamo aggiornare, rinnovare, precisare sempre meglio, la nostra azione perché essa sia pari alle attese dei cittadini che ci hanno conferito la loro fiducia” . E più avanti : “ Attilio Zanchi se ne va a Roma ( alla commissione Stampa e Propaganda ndr ), Romano Bonifacci invece assume un altro incarico di Partito .  Impiegheremo le prossime settimane a studiare la formula del nuovo giornale “.   Firmato la redazione de Il Progresso.

Ma di questo nuovo giornale, La Tribuna di Mantova, parleremo la prossima volta.

Un viaggio da Il Progresso

a La Tribuna di Mantova

Seconda Parte

Il Progresso muore il 16/7/1958, la Tribuna di Mantova nasce subito dopo, esattamente il  21 settembre. Ma quell’intervallo è pieno di novità e di lavoro intenso. E di grande creatività.

I settimanali di federazione non godevano di molta salute, sia dal punto di vista economico ( rappresentavano un costo, spesso eccessivo per i bilanci  delle Federazioni ) e soprattutto non rispondevano più alle necessità politiche delle varie realtà locali.  Avevano svolto un compito importante negli anni precedenti ma a quel punto bisognava innovare, aprirsi di più alla società, approfondire e discutere, confrontarsi più che trasmettere direttive. L’idea de La Tribuna di Mantova venne a Giancarlo Pajetta, un mostro sacro del Pci, allora responsabile della commissione Stampa e Propaganda della Direzione, eletto deputato proprio nella circoscrizione Mantova- Cremona e quindi considerato di casa nella sede di Via Frutta. Aveva  bisogno di realizzare un esempio di settimanale pilota da offrire  a tutto il Partito.

In Federazione venne con un progetto di giornale  ( il menabò ) disegnato dall’ufficio grafico della redazione romana de l’Unità, ricco di novità : una prima pagina caratterizzata dall’editoriale ma accompagnato da un vistoso titolo di apertura,  legato ad un vero e proprio reportage giornalistico, un pezzo forte come si usa    dire ;  una terza pagina interamente dedicata ad un argomento di grande attualità, quindi monotematica ; un’ultima ( udite, udite ) pressochè interamente dedicata a lo sport di casa nostra.

A dimostrazione che si voleva fare veramente sul serio, Giancarlo Pajetta a Mantova portò anche un grande giornalista, Piero Campisi, ex inviato de l’Unità ed ex capo redattore di Noi Donne. Un caro amico, compagno e per me anche maestro. Devo a lui la mia crescita professionale che tra la fine del 1965 e l’inizio del 1966, consentì il mio passaggio alla redazione milanese de l’Unità. A Milano lavorammo insieme per alcuni anni, prima che lui cambiasse mestiere mettendo in piedi a Desenzano, assieme alla sua seconda moglie, la amatissima Aika Irmingard Fehrmann, una rinomata bottega d’arte : L’antiquario del Garda.

Con Renato Sandri,  direttore, e Piero Campisi, redattore capo responsabile, la Federazione  per tutto un periodo iniziale ospitò riunioni di redazione affollate e di grande interesse culturale. E il cosiddetto circolo Petofi , rappresentato da un gruppo di intellettuali gran discussori, dai divanetti dell’allora albergo Italia si trasferì nell’ufficio di Sandri. Ne facevano parte i fratelli Baccaglioni, Mario e Ivanoe Vaini,  l’avv. Oreste Mantovani, Sergio Sedazzari, Romano Ferrari, Giuliano Gradi, il vulcanico Cini Darè, fratello del presidente della Provincia, il prof. Rino Lo Rè, Aronne Verona, Antonio Caruso, Vittorio Carreri, Gabriele Della Luna, Maria Zuccati e una giovanissima Laura Gandolfi ed altri  che purtroppo sono spariti dalla mia memoria ma non dalla storia di quei giorni.

Perché circolo Petofi ? Vale la pena spiegarlo. L’edizione straordinaria de Il Progresso di due anni prima      ( esattamente di mercoledì 31 ottobre 1956 ) nella quale si pubblicava la presa di posizione dei comunisti mantovani contro l’invasione sovietica dell’ Ungheria, aveva trasmesso nell’opinione pubblica, dentro e fuori il partito, una sorta di accusa di eresia , che trent’anni dopo assunse ovviamente ben altro aspetto. L’eresia divenne merito.  Il circolo culturale Petofi  ( da Sandor Petofi, famoso poeta e patriota nazionale del Risorgimento ungherese, morto a soli 26 anni nella battaglia di Segesvar nel 1849 ), era stato fondato nel marzo del 1955 da un gruppo di  intellettuali  organizzati nel movimento giovanile comunista, e negli avvenimenti del 1956 ebbe un ruolo molto importante. Ovviamente fu chiuso ma le sue idee  si sparsero in tutta l’Europa, sia in quella dell’Est che in quella dell’Ovest. Approdarono anche a Mantova. E gli ortodossi, che nel Pci non erano certo improvvisamente scomparsi, definirono,  un po’ per dileggio un po’ per convinzione, quegli intellettuali che si incontravano occasionalmente al bar dell’Albergo Italia,  circolo Petofi. Una battuta  semiseria, alla mantovana più che un giudizio politico. Consegnata, comunque, alla storia della Federazione provinciale di quegli anni.

Stampata una copia alla volta da  una vecchia ma efficiente macchina piana, carta bianchissima e uso del colore, la Tribuna  aveva una testata che scimmiottava un poco quella del tradizionale quotidiano locale, la Gazzetta di Mantova. In che tipografia ? La Commerciale , che aveva sede in via Acerbi al numero 6 ( in seguito si trasferirà in via Conciliazione ),  segretaria Anna Beduschi, e poi un gruppo di tipografi indimenticabili. Su tutti Giovanni Faveri, un fratello, e poi Franco Spagna detto Spagnin, Carlo Tonelli, il focoso Renzo Gobbi e il mite Giancarlo Borgonovi. Il loro ricordo è splendido.

E c’era anche la pubblicità :  per un settimanale comunista fu anche quella una scelta coraggiosa, anche se necessaria poiché l’impresa nasceva fra le solite ristrettezze economiche. Non avevamo alle spalle finanziatori, né occulti né palesi. Per la raccolta pubblicitaria non ci rivolgemmo alla Società Manzoni, che ci aveva sempre snobbato ai tempi de Il Progresso ; allacciammo nuovi rapporti con la concessionaria di Modena della Spi ( Società Pubblicitaria Italiana ) che mise a disposizione addirittura un produttore  part time, Guido Rebecchi, anche lui un indimenticabile. Le entrate poi potevano contare  su una campagna di abbonamenti ( il nostro zoccolo duro della voce entrate ), sulla diffusione organizzata delle Sezioni ma anche sulla vendita nelle edicole, con tanto di locandina settimanale. E anche questa  costituiva una clamorosa novità.

Il primo numero fu un successo, tutti ne parlarono. Chi mai si sarebbe aspettato, ad esempio, una inchiesta,  sulle case chiuse ovvero i casini , in particolare sul bordello di vicolo San Crispino? Oppure una spregiudicata rappresentazione dei Moschini , i signori di Goito o, ancora, una intera pagina dedicata alla  presentazione della squadra di calcio ? Fu un vero e proprio choc.

Il problema era quello di continuare. Di tenere alto il livello. Piero Campisi era una fucina di idee. Ed io il suo principale esecutore, anche se non a tempo pieno. Chiuso Il Progresso   ero stato mandato a reggere la segreteria dei parlamentari comunisti mantovani. Avevo un ufficio sotto la Galleria Ferri, esattamente in piazza Felice Cavallotti 1, a due passi dal Teatro Sociale, e disponevo di un timbro che riproduceva con grande evidenza  i nomi dei nostri tre parlamentari : i deputati Giancarlo Pajetta e Silvano Montanari, più il sen. Teodosio Aimoni. Scrivevo lettere e timbravo. Ma l’ufficio, almeno dal lunedì al venerdì non era frequentatissimo, si animava solo il sabato oppure il lunedì mattina, quando i due parlamentari mantovani erano in sede ( Giancarlo Pajetta in quell’ufficio credo che non abbia mai messo piede ). Pratiche di  pensioni di invalidità o di  guerra, costituivano gran parte della mia attività. Ovviamente c’era anche dell’altro, tuttavia mi rimaneva certo del tempo per occuparmi del giornale e per svolgere quotidianamente  anche la funzione di corrispondente de l’Unità. Usavamo anche degli pseudonimi  :  Cesco Borghi era il principale, ricordo che, in una certa occasione, la magistratura aveva addirittura esteso a tutta la provincia una sua accurata ricerca, malgrado la direzione del giornale avesse chiaramente confessato che quella firma era inventata. Ma, oltre a Cesco Borghi, spesso apparivano altre due firme curiose : al Merlin e Nadia,  il primo usato da diversi redattori per firmare  corsivi al vetriolo, il secondo invece dal solo Renato Sandri , Nadia era stato il suo nome di battaglia durante la guerra partigiana. Nelle pagine dello sport Bon celava il sottoscritto , le foto erano di Tonino Lingria, mentre Umberto Angeli, nuotatore mancato ma tanto voglioso di imparare il mestiere, mi dava una mano organizzando collaborazioni sugli sport minori. C’era poi Teodoro Berti, firma fasulla dietro la quale si nascondevano coloro che preferivano,  per varie ragioni, non  firmare con il proprio nome. A quei tempi la caccia alle streghe,  cioè ai comunisti e ai loro amici, non era un divertissement, ma una realtà dura, drammatica, umiliante. Di politica di larghe intese nemmeno l’ombra e nemmeno a sinistra i rapporti con i compagni del Psi erano idilliaci.

1958 : i principi di Goito tengono banco per alcune settimane. E la questione viene accompagnata da una serie di interventi sulla condizione delle nostre campagne, ancora ben popolate di braccianti, salariati fissi, di mezzadri e coloni, di coltivatori diretti purtroppo egemonizzati dalla Bonomiana, Così’ veniva chiamata la Coldiretti dell’epoca. Era un braccio importante della Dc, guidata  a Mantova, ma non solo a Mantova, dall’on. Ferdinando Truzzi, il cui nome resterà indissolubilmente legato al buco del Cap provinciale  e a quello, ancor più colossale ( mille miliardi ) della Federconsorzi. In tema di politica agraria eravamo ferratissimi grazie alla collaborazione di Enea Asinari, Enrico De Angeli, Angelo Prati, Gustavo Nannetti, Livio Besutti, Romano Bresciani. Ed altri.

Dopo i Moschini passammo ad Eliseo Sacchetti  di San Matteo delle Chiaviche, il milionario dei boschi, molti dei quali strappati – in qualità di proprietario terriero frontista –  alle golene del Po. E si trattava di pioppeti sorti su terre demaniali, cioè dello Stato. Allora i braccianti, senza lavoro, ne rivendicavano l’uso. Occupazioni, manifestazioni, traversate su barca del Po : quel periodo fu contrassegnato da una aspra battaglia cui seguirono vari arresti. Alla fine fu strappata l’approvazione della legge Miceli- Cibotto ( un comunista e un democristiano ) che fissava il diritto di prelazione di quelle terre da parte delle cooperative di braccianti. Poi fu la volta del sindaco di Revere, Pietro Pavesi, autore di un manifesto a favore dei padroni delle vetrerie e contro invece  i 500 lavoratori che in esse erano occupati. Lo definimmo  “ più barba che testa “ e lui si arrabbiò molto.

Importanti contributi arrivarono anche da Roma : Attilio Zanchi , ad esempio, ci inviò in ottobre una bella intervista con il noto regista e scrittore Cesare Zavattini dal titolo “ Penso sempre a Mantova “. Poi si diede conto  delle polemiche sulla prossima apertura in città dei magazzini Upim ( allora Mantova era molto diversa dall’attuale ). Sfogliando la raccolta di quegli anni si può leggere anche una intervista con il libraio Di Pellegrini : da quando c’è la Tv, vendo meno libri. E ancora : il prezzo del burro è salito alle stelle, ha toccato le 190 lire l’etto. E giù una apertura del giornale accompagnata da un servizio su come vengono fabbricati  i prezzi dei prodotti agricoli.

E infine lo sport :  il giornale segue il circuito degli assi di Borghetto ( Valeggio ) e il nostro Tonino Lingria, un bravissimo fotografo che si era rivelato un pilastro della nostra redazione sportiva, viene a sapere in anteprima che Fausto Coppi ed Ercole Baldini avrebbero fatto coppia nel   trofeo Baracchi, corsa a cronometro a coppie. Ed è un mezzo scoop.

Ma è il calcio che la fa da padrone. L’inizio del campionato dell’Ozo Mantova che viene fresco fresco dalla serie D è altalenante, la serie C non è la serie D, tuttavia il 20 novembre battendo il Livorno i ragazzi di Fabbri affiancano Pro Vercelli e Sanremese in testa alla classifica. E alla successiva impresa, vittoria esterna a Lucca, scoppia l’entusiasmo e nasce la definizione di piccolo Brasile. Una goduria. E il bello deve ancora venire. Al Bar Scaffa di via Giulio Romano ( Scaffa è il soprannome del padre di Dante Micheli ) si fa festa. E ci sono pure io, frequentatore serale assiduo della Tv, assieme alla mia famiglia. Allora  ol televisore non era ancora un elettrodomestico molto diffuso, più che altro roba da bar, e da quello di Scaffa  mi separavano pochi passi, svoltavo l’angolo di via Vittorino da Feltre.  Ed ero lì. Molto spesso, riunioni serali di partito permettendo.

Il 27/11 il compagno Agostino Zavattini si merita un bel titolo per avere raccolto, in un sol giorno e per di più sotto la pioggia, ben 20 abbonamenti al giornale. Sullo stesso numero c’è la notizia  delle improvvise dimissioni da presidente della Provincia di Piero De Nicolai, ex sindaco di Mantova dal 1955 al 1956 (era stato eletto subito dopo la scomparsa, improvvisa, di Giuseppe Rea ). I motivi  della rinuncia ? Problemi di salute, si disse, ma la spiegazione risulterà assai poco convincente.

Ai primi di dicembre viene dedicata una intera pagina  a quello che allora veniva indicata come una grave inadempienza costituzionale. Erano passati 11 anni  e la Regione non è ancora nata : lo scrive Sergio Sedazzari, nostro prezioso esperto di problemi degli enti locali.

A fine anno numero speciale, con interventi inediti di Gianni Rodari ; con il racconto della ribellione dei contadini di San Benedetto di 450 anni fa ;  con una ricca fotocronaca su Mantova d’altri tempi.  E poi : In quel lontano diciannove , che sta per 1919, lo storico Mario Vaini  scrive del moto del caroviveri e delle famose giornate rosse. C’è anche un pezzo sull’internazionale del Brennero, una autostrada promessa ma ….

L’Ozo Mantova sconfitto a Carbonia scivola al quarto posto, Bon stende una pagella dei singoli giocatori, poi invita i dirigenti a svegliarsi e a cercare rinforzi, se si vuole veramente fare il grande salto in B.

Sulla prima pagina del giornale uscito con ben 14 pagine, campeggia con grande evidenza : Teodosio Aimoni sarà il nuovo presidente della Provincia, rinuncerà al mandato parlamentare a favore di Ernesto Zanardi. Ed io nel mio ufficio di galleria Ferri dovrò cambiare timbro e targa. Poco male. Allora eravamo fatti così. Sempre a diposizione e con un legame al Partito straordinario e disinteressato. A sottolinearlo è lo stesso Renato Sandri  con un editoriale dal titolo, assai significativo,  I comunisti.

Autore: Rosso di Sera Mantova

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1 commento

  1. Quanto spessore e anima e ideali ardevano, allora, a Mantova. Dobbiamo tornare a vivere quei tempi. Edo

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