Romano Bonifacci : Un viaggio da IL PROGRESSO alla TRIBUNA DI MANTOVA

Un viaggio da  Il Progresso a La tribuna di Mantova
Prima Parte

Di Romano Bonifacci

Per i comunisti mantovani, o per quel che ne è rimasto di loro, Il Progresso e La Tribuna di Mantova sono due testate giornalistiche storiche. Roba ormai da biblioteca, da consultare ed eventualmente da studiare. Entrambe sono lo specchio fedele di un pezzo di vita politica importante, caratterizzata da una situazione molto diversa dall’attuale, anzi ne è distante  anni  luce.

progresso4 I casi della vita mi hanno portato tra gli anni 1954 e 1966 ad essere un diretto testimone  della morte della prima testata, Il Progresso, e della nascita e della affermazione della seconda, La tribuna di Mantova.  Entrambe per me sono state una scuola di giornalismo che mi avrebbe consentito in seguito di esercitare la professione nella redazione milanese de l’Unità, scalando  via via l’intera gerarchia, da redattore ordinario, ad inviato, a caposervizio e infine da capo redattore, qualifica con la quale sono andato in pensione.
Tutto cominciò 60 anni fa.
Era  il luglio del 1954 : avevo conseguito  brillantemente la maturità  presso il Liceo scientifico Belfiore ( solo in due, nella mia classe, avevamo superato  l’ardua prova d’esame, al primo colpo ).
Sarei dovuto  diventare ingegnere.
Ma  in attesa di potermi iscrivere a questa facoltà  presso il Politecnico di Milano,  un certo giorno varcai la porta della sede della Federazione del Pci di Vicolo Frutta ( ora credo sia stata promossa a via ma resta pur sempre un vicolo laterale di via  Vittorio Emanuele,  Pradella per intenderci  ). E presi contatto, su suggerimento del compagno Gino Marchi, un sarto di Corso Garibaldi che mi aveva cucito il mio primo vestito, con Giorgio Carpi, segretario provinciale allora della Federazione giovanile comunista, la famosa Fgci di Enrico Berlinguer..

L’incontro ebbe successo, al punto che  sul n. 33 de il Progresso ( 25 agosto 1954 ) venne pubblicato il mio primo articolo che l’allora direttore Aronne Verona, insieme al suo redattore responsabile Dante Becchi, titolarono in questo modo : I motivi di una nuova iscrizione alla Fgci, come occhiello,  “ Mi insegnavano a combattere il marxismo ma studiandolo ho imparato ad apprezzarlo “  come titolo, bello forte, su quattro colonne, in apertura della seconda pagina. Il pezzo, alquanto ingenuo ma appassionato e scritto in prima persona, era solo siglato, V.R. cioè con una sigla fasulla. Di lì a qualche mese avrei dovuto iniziare gli studi universitari e trasferirmi a Milano, alla Casa dello studente di viale Romagna, dove mi ero meritato un posto ( vitto e      alloggio ) a retta ridotta. Dovevo evitare  gli strepiti nella mia famiglia, tutta impegnata con non pochi sacrifici  alla operazione figlio ingegnere. Fu una cautela consigliatami dalla stessa redazione. Oltretutto le discriminazioni  in quegli anni erano la regola.  Ed io non ne avevo certo bisogno. Tanto più che mia madre si ammazzava di lavoro pur di far quadrare i conti, ma non quadravano mai . Le vacanze per me erano  sempre state un sogno e lo furono anche quell’anno. Ma la maturità raggiunta  era pur sempre  una bella realtà. Io ci volli aggiungere l’iscrizione ai giovani comunisti. Una scelta allora non facile e nemmeno comoda.

E’ così che un bel giorno misi piede al secondo piano della sede di Vicolo Frutta nell’ufficio della Fgci , una stanza e mezza, nella quale una scrivania ce l’aveva anche l’Uisp, diretta allora da Giuliano Gradi e fortemente impegnata nella organizzazione di un complicatissimo ma straordinario campionato provinciale di calcio.
Su quel secondo piano c’erano anche gli uffici  della amministrazione della Federazione Pci  e la redazione de Il Progresso, giornale con cadenza settimanale. Era  fatto di 4 pagine, veniva stampato alla Citem, di via Arrivabene, la tipografia dove si confezionava  anche il quotidiano locale La Gazzetta di Mantova, allora diretta da Giuseppe Amadei. Una scrivania era riservata anche al responsabile della Associazione Amici de l’Unità, Loris Pescarolo,che svolgeva anche il ruolo di corrispondente da Mantova de l’Unità.

DiVittorioIn quei giorni di agosto in Federazione si parlava soprattutto della condanna in contumacia a ben due anni di carcere, dei compagni Agostino Zavattini , futuro segretario della Federazione e  poi senatore, Franco Malavasi e Orazio Zanini, colpevoli di essersi scontrati con la polizia di Scelba, intervenuta a San Benedetto a difesa di …… una provocatoria manifestazione fascista.  Certi ricordi di un passato, ancora recente, legati alla guerra partigiana e alla Liberazione, bruciavano. Nella memoria, sulla pelle e nell’animo. Mario Scelba  imperava e le toghe erano tuttaltro che rosse.
Condannare e incarcerare  comunisti  anche se solo colpevoli  di affiggere il loro giornale, era diventato una sorta di  regola, scandalosa e anticostituzionale.
Ne rimasero vittime in tanti :  ricordo i casi di Vittorio Manini, storico portinaio della Federazione,  oppure di Valerio Donini, segretario della sezione di Corso Giuseppe  Garibaldi  ( la mitica II ) o di Silvio Seguri, responsabile della Sezione di Cittadella. Ma l’elenco potrebbe essere molto lungo.
Nell’estate del 1954, la Federazione del Pci era  guidata da Bruno Pasqualini alla testa di una segreteria che comprendeva il deputato Silvano Montanari, il sindaco di Mantova Giuseppe Rea, Renato Sandri come responsabile dell’organizzazione, Angelo Chierici al lavoro di massa. Comunista era anche il vice Presidente della Provincia, Piero De Nicolai.

Il Progresso era nato all’indomani della Liberazione, nello stesso mese di aprile 1945 : aveva ricevuto l’incarico di dirigerlo  Virgilio Molesini di professione tipografo, redattore Silvano Montanari.  Segretario della federazione era Bruno Bianchi che qualche mese dopo, passato ad altro incarico a Milano, sarebbe stato sostituito – in attesa del congresso – da una segreteria composta dai compagni Giovanni Bonventi, dallo stesso Silvano Montanari e poi da Aronne Verona e Teodosio Aimoni. Il giornale si stampava nella Tipografia Mantova Libera.
Tutti i pezzi erano rigorosamente non firmati :  bisognerà arrivare al numero 23 per trovare una sigla,M ( iniziale di Montanari, probabilmente ), in calce ad Asterischi, rubrica di carattere polemico  dedicata, in questo caso, al alcune affermazioni fatte da don Primo Mazzolari, “un prete che molto stimiano “, in uno dei numerosi confronti che allora si facevano ( e appassionavano ) in piazza Sordello, davanti a migliaia di persone.
Il giornale, che negli anni seguenti avrebbe avuto come redattore Emilio Sarzi Amadè, passato poi a l’Unità e diventato esperto di politica estera come corrispondente da Pechino   ( ma con  frequentissime parentesi in Vietnam e in Mongolia ), costava 3 lire. Quelle pagine, piuttosto grigie , erano  inondate di citazioni marxiste e di articoli sui Paesi “ socialisti “, Unione Sovietica in testa. Tenevano banco i processi ai caporioni fascisti  locali ( addirittura veniva pubblicato un apposito taccuino, con l’elenco delle udienze più interessanti ) e una ampia rubrica di lettere dai compagni  della provincia. Sfogliando oggi la raccolta,  purtroppo incompleta, di quei primi numeri, tre notizie straordinarie mi sono balzate agli occhi.
La prima dice : i compagni di Portiolo hanno costruito un ponte sul Po ;
la seconda :  manca la legna per il prossimo inverno ( cioè quello a cavallo del 1945-46 ndr ).  “ Dobbiamo tagliare il Bosco della Fontana ? “.
La terza : giungono i bimbi da Torino, città distrutta dai bombardamenti  e con tanta fame.  Dobbiamo ospitarli “.
Anche questo era  Mantova nel primissimo dopoguerra.

Frequentando la Fgci , spesso mi accadeva di fermarmi in redazione a parlare con Aronne Verona, uomo di cultura,  che non sempre riusciva purtroppo a trasmettere al suo interlocutore per via di una accentuata balbuzie, e con Dante Becchi,  maestro sia di scuola  elementare che di musica. Abilissimo pianista, autodidatta, aveva messo in piedi un complessino che batteva l’intera provincia. Allora le Feste de l’Unità erano tante. Ma proprio tante.

Io andavo su e giù da Milano ma appena potevo correvo in via Frutta, sentivo di avere tante cose da imparare. Sotto la Madonnina la mia vita si era fatta impossibile :  alla Casa dello Studente e  ai cancelli del Politecnico gli studenti anziani angariavano le matricole ed io ero purtroppo una di loro. Un rito barbaro, quello del papiro come lasciapassare, fortunatamente ora scomparso, all’epoca troppo sopportato e sottovalutato. Altro che ragazzate, quelle erano estorsioni belle e buone, di denaro, di sigarette e degli alimentari che ci portavamo da casa.

Durante i miei rientri a Mantova, Dante ed Aronne, notando il mio interesse per la fattura del giornale, mi invitarono a frequentare, assieme a loro,  la tipografia. Accolsi l’invito con entusiasmo. Poi, a poco a poco, prima con una scusa e poi  con un’altra, mi lasciarono sempre più spesso da solo. L’impaginazione si faceva in un sol giorno, il lunedì. Imparai, e bene, le regole tipografiche sul campo dei banconi sui quali si faceva anche La gazzetta di Mantova: gli spazi, i caratteri, i fili, le interlinee,la linotype, i menabò, i corpi, gli stili dei caratteri, ecc.

Ovviamente non abbandonai  la Fgci,anzi.
Avevo bisogno anche di costruirmi una cultura politica che non possedevo assolutamente. L’ occasione me la fornì la preparazione del  congresso provinciale della organizzazione  giovanile, svoltasi al Teatro Scientifico , nelle giornate di sabato 21 e domenica 22 maggio del 1954 al Teatro Scientifico, ora un gioiello, a quell’epoca un rudere.  Seguì e concluse i lavori una icona del Pci, il compagno Ruggero Grieco.
Intervenni anch’io affrontando, in preda ad una comprensibile emozione, il tema della necessità di una maggiore presenza di studenti nella organizzazione : tanti i giovani operai, tanti i giovani braccianti, pochissimi gli intellettuali  o aspiranti tali.
L’esatto contrario di quel che avviene adesso.
Eppure gli operai ci sono ancora.

Autore: Rosso di Sera Mantova

Condividi questo articolo

1 commento

  1. Quanto spessore e anima e ideali ardevano, allora, a Mantova. Dobbiamo tornare a vivere quei tempi. Edo

    scrivi una risposta

Rispondi a anna giallonardo Annulla risposta