Studi Mantovani, semestrale di cultura del Centro “Antonio Gramsci”

 

Studi mantovani

«Studi mantovani», semestrale di cultura del Centro “Antonio Gramsci”, direttore Giuseppe Chiarante, condirettore il sottoscritto, vide l’opera di una redazione composta da Fulvio Baraldi, Lidia Beduschi, Luigi Bortolotti, Giovanni Jacometti, Maurizio Pieretti, Manuela Zanelli: Roberto Pedrazzoli ne fu il grafico, direttore responsabile ne furono prima Roberto Marchi, poi Alberto Cattini, il proprietario ne fu sempre Walter Cundari. Ne uscirono tre numeri tra Maggio 1980 e Dicembre 1981.

Il progetto di «Studi mantovani», una rivista culturale della sinistra politica a Mantova maturò nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso in corrispondenza con eventi locali e nazionali di grande impatto e novità:

  • La generazione degli studenti del ’68 era entrata, molti dalle Università, nel mercato del lavoro e delle professioni con il proprio bagaglio di esperienze di lotta
  • I mondi della scuola, della sanità e dell’assistenza pubbliche erano attraversati da profondi e intensi mutamenti per l’affermazione di grandi riforme ispirate a principi universalistici, centrati sulla partecipazione e sul protagonismo di operatori, cittadini, utenti. Ricordo in particolare, per averle vissute da dentro, la riforma sanitaria, quella psichiatrica con la chiusura dei manicomi, il movimento per la tutela della salute in fabbrica che videro un lavoro enorme di Regioni, Province, Comuni, nonché quello delle organizzazioni sindacali.
  • Dal 1975 al 1979, ad opera soprattutto di operatori sanitari e sociali, tecnici, intellettuali impegnati in particolare nella creazione di un sistema di “Sicurezza sociale”, si erano succeduti i periodici a diffusione locale «Collegamenti», «Interventi», «Controverso» che poi avevano cessato la pubblicazione. Nel 1978 aveva cessato di uscire anche «Civiltà mantovana» il bimestrale “storico” che si occupava di tradizioni, arte, cultura locale. Riprenderà nel 1983
  • Nel ’74 a Mantova, in Provincia e gran parte dei Comuni a partire dalla città, si era chiusa l’esperienza politico-amministrativa del centro-sinistra e una nuova leva di giovani cresciuti alla politica per lo più nel PCI si sperimentò nel governo delle comunità e dei territori sotto la guida di leader di grande valore e carisma come Gianni Usvardi e Maurizio Lotti, affiancati da quadri esperti che avevano partecipato alla ricostruzione post-bellica e all’opposizione al centro-sinistra: fra tutti e per tutti cito Gianni Lui in Comune a Mantova, Maria Dalmaschio e Mario Vaini in Provincia
  • La Commissione Cultura della Federazione provinciale del PCI aveva “gemmato” un Centro Culturale intitolato ad Antonio Gramsci che aveva innovato i propri modi cercando sinergie, contatti anche con ambienti “non comunisti”. Vanno sottolineati al riguardo il lavoro di traino e la qualità della «Tribuna di Mantova», mensile di politica, cultura, economia della Federazione comunista mantovana
  • Nel 1979 Giuseppe Chiarante (1929-2012)[1], dirigente nazionale del PCI, venne eletto Senatore nel Collegio di Mantova e, a differenza di altri parlamentari “nazionali” che lo avevano preceduto e che lo seguirono, mantenne un piede a Mantova con continuità, mettendo a disposizione sapere e consigli, discutendo con noi del Centro Gramsci, accettando di assumere la direzione della rivista.

 

Insomma, ritenevamo che ci fossero uno spazio vuoto ed insieme una domanda inevasa di sapere, scienza, cultura, bellezza; che questo riguardasse una folta nuova generazione di professionisti, intellettuali, studiosi, tecnici intensamente impegnati nella scuola, nei servizi alla persona, nella tutela dell’ambiente. Si scelse di far emergere le culture orientate al cambiamento, ma si pensò anche che era possibile e necessario rivisitare il patrimonio di bellezza ereditato col massimo rigore scientifico e metodologico per potercene riappropriare in modo nuovo. E su questo divario si innescò la polemica contro gli atteggiamenti nostalgici del passato, il perdurante “gonzaghismo”, contro i localismi e la privatizzazione degli spazi del Teatro Sociale.

Si scelse di pubblicare testi anche di studiosi non mantovani che si fossero occupati di vicende e problemi del Mantovano e testi di studiosi mantovani impegnati nella libera ricerca nei propri campi di interesse.

Non riuscimmo a “tenere”: non eravamo organizzatori culturali e imprenditori editoriali professionisti e la gran parte di noi era impegnata nella complicata gestione/costruzione delle riforme, costretti a misurarci con difficoltà e problemi, compresi quelli legati della durezza delle resistenze al cambiamento.

 

Luigi Benevelli

 

 

Mantova, 28 settembre 2016

 

 

[1] Aveva lasciato la DC nel 1955, dopo un duro scontro con il segretario Amintore Fanfani; nel 1958, con Lucio Magri, era approdato al Partito Comunista Italiano. Fu deputato nelle liste del PCI dal 1972 al 1979, e senatore dal ’79 fino al 1994. È stato direttore del settimanale Rinascita e di Critica marxista. Dirigente comunista legato alla corrente di Enrico Berlinguer, nel congresso del PCI del 1989 si oppose alla “Svolta della Bolognina” di Achille Occhetto e sottoscrisse la “mozione 2” di Alessandro NattaPietro Ingrao e Aldo Tortorella. Nel lavoro parlamentare fu particolarmente impegnato nella tutela dei beni culturali, elaborando con Giulio Carlo Argan un progetto complessivo di riforma dell’amministrazione delle politiche culturali; è stato vicepresidente del Consiglio Nazionale del Ministero per i beni culturali e ambientali dal 1998 al 2002. È stato fondatore e presidente dell’ Associazione Bianchi Bandinelli per la promozione del patrimonio culturale italiano.

 

 

 

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Autore: admin

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