VIII Congresso Provinciale della CGIL 1969

CGIL VIII°  Congresso provinciale, 1 giugno 1969

Questo documento è stato approvato il 17 aprile 1969 dal direttivo della Camera del Lavoro

Il primo capitolo riguarda la situazione economica. Per la prima volta vengono analizzati anche del sindacato i dati statistici importanti dell’Unione Italiana delle Camere di Commercio per quanto riguarda il reddito pro-capite nelle diverse province italiane comparando in modo significativo i principali indicatori dello sviluppo economico. Infatti viene evidenziato come nel quadriennio 1964-67, per la provincia di Mantova, si ha un aumento del reddito complessivo che passa da 204 a 255 miliardi di lire con un incremento del 25%. Il settore che ha avuto la maggior crescita è stato ovviamente l’edilizia e le costruzioni. Tuttavia è importante sottolineare come il reddito pro-capite annuale per abitante in provincia nel 1967 ammontava a 673.137 lire a fronte di una media italiana di 617.000 e una media lombarda di 849.000. La maggiore componente del reddito provinciale è l’industria con il 38,1% mentre l’agricoltura continua a diminuire la sua incidenza relativa ma rimane sempre alta con il 26,1%. Seguono la pubblica amministrazione con i 9,3% e le altre attività con il 26,5%.

Con questi dati, dice la relazione, “la situazione della provincia di Mantova non è sensibilmente modificata rispetto a quella del 1964 e pertanto si può ritenere ancora in larga parte valida l’analisi che era stata fatta nel precedente Congresso della nostra organizzazione. Mantova rimane pur sempre una provincia a forte incidenza agricola ed il processo di industrializzazione non ho ancora compiuto in questi ultimi anni alcun passo avanti. Le cifre relative al reddito 1964-67 sono importanti poiché si tratta di un periodo molto interessante dalla nostra economia in un biennio che è stato caratterizzato dalle difficoltà congiunturali che ognuno ha potuto direttamente sperimentare anche nell’ambito aziendale. A partire dal 1966 si è operata nel sistema produttivo, una forte ripresa che ha permesso il raggiungimento di alcuni obiettivi vantati dai maggiori responsabili della politica economica nazionale: stabilità monetaria, riequilibrio della bilancia commerciale dei pagamenti e incremento delle esportazioni.”
Sul versante della popolazione e dei salari il documento afferma che “il flusso migratorio ha subito una notevole rallentamento dopo il 1964 ed ha continuato anche in questi anni tanto che alla fine del 1968 la provincia ha toccato il punto più basso della popolazione residente mai raggiunto da 30 anni almeno a questa parte con circa 378 mila unità. Lo stesso capoluogo, per la prima volta nel dopoguerra, è calato di oltre 150 abitanti. I dati dell’occupazione dimostrano che gli aumenti di reddito e di produzione espressi sia in volume che nel loro valore monetario si sono realizzati esclusivamente sull’aumento della produttività del lavoro senza che si verificasse un’espansione dei posti di lavoro disponibili, i quali sono anzi notevolmente diminuiti.

L’industria locale non è riuscita assolutamente a compensare la perdita di manodopera subita dall’agricoltura e, anche se puoi in misura più limitata, quella delle attività commerciali. Gli stessi settori industriali sono stati soggetti a forti mutamenti qualitativi dell’occupazione e vi è stato un generale ridimensionamento del numero degli addetti, degli operai, mentre vi è stata una abbastanza consistente dilatazione tra gli impiegati. Purtuttavia, l’occupazione complessiva nell’industria rimane pressoché stazionaria anche se fra settore e  settore si possono registrare notevoli variazioni”.
A pagina 4 si ricorda che sono stati interessati a licenziamenti individuali e collettivi in questi anni circa 3000 lavoratori dell’industria. Si tratta di un numero abbastanza forte, spiegabile da una parte con la le modificazioni tecnologica avvenute nel processo produttivo, dall’altra con la necessità di ringiovanimento “conseguenti alle intensificazione di ritmi di lavoro, giacche quelli attualmente imposti riescono difficilmente sopportabili ai lavoratori in età più avanzata.” (…)”Da qualche anno a questa parte la media mensile dei disoccupati ufficialmente iscritti alle liste di collocamento (con tutte le riserve che continuiamo a mantenere sulla validità dei sistemi di rilevazione statistica in uso) si è attestata intorno alle 4000-4500 unità, vale dire la disoccupazione rappresenta pur sempre a Mantova il 10% della potenziale forza lavoro disponibile, tasso quantomai elevato.”

Più avanti poi si afferma che “secondo i nostri calcoli potendosi valutare attorno ai 17 miliardi e mezzo di lire l’incremento complessivo del Monte Salari in provincia di Mantova ai vari settori privati e nella pubblica amministrazione tra i 1964-1967, l’incidenza del Monte salari stesso sul totale del reddito provinciale è diminuita di circa 6%. In altre parole è diminuita del 6% la quota di nuova ricchezza prodotta e distribuita sotto forma di salario ai lavoratori della provincia di Mantova.

Sui salari la relazione CGIL afferma, dopo una puntuale analisi,  inoltre che “ci si rende conto che i salari siano ancora attestati a livelli che si possono definire bassi tanto più bassi ove si tenga presente che in vaste aree della provincia ed in centinaia di aziende di piccola dimensione non vengono rispettati neppure i minimi contrattuali nazionali, soprattutto nei settori e largo impiego di manodopera femminile, la quale, poi, per essere concentrata nelle qualifiche più basse, è ancora ben lungi dall’avere raggiunto un’effettiva parità salariale con gli uomini”.
Poi il documento passa ad analizzare le dinamiche nei diversi settori economici. Per quanto riguarda l’Agricoltura sottolinea come sono affluiti in gran copia i pubblici finanziamenti. 20 miliardi circa sono stati erogati dalla Provincia attraverso i fondi del Primo Piano Verde ed altri due miliardi e mezzo circa sono affluiti attraverso il Secondo Piano Verde che ha praticamente cominciato ad operare nel maggio del 1967. I finanziamenti pubblici non hanno però fatto altro che accrescere lo squilibrio interno all’agricoltura. Essi infatti sono stati prevalentemente utilizzati da aziende che già erano in partenza avvantaggiate (rispetto alla grande massa delle piccole imprese) per l’Impiego di cospicui capitali e quindi per assai migliori condizioni di produttività nonché di redditività degli stessi.

Il documento poi analizza l’evoluzione della spinta salariale nel 1968-69 e la contrattazione articolata ovvero si comincia a tenere conto dei forti movimenti di contestazione sociale che erano nati tra il 1965 e 1968. Cito pagina 9 “il triennio 65-67 rappresentato per i lavoratori mantovani un periodo di enorme difficoltà e se hanno dovuto condurre durissime lotte per impedire che livelli di occupazione fossero compromessi ancora di più di quanto non lo siano stati in realtà nella massiccia azione padronale di ristrutturazione e di riorganizzazione produttiva. I salari ne hanno fatto le spese. I rinnovi del ‘66, ’67, ‘68  avvenuti dopo lunghi mesi di assenza tra un contratto e l’altro, hanno portato miglioramenti tutto sommato esigui. Ciò nondimeno è stata impedita la realizzazione di un completo blocco salariale che era nell’intenzione del patronato. Chi ha risentito i maggiori contraccolpi di tale pesante situazione è stata l’azione rivendicativa articolata a livello aziendale. Tra il 1965 e il 1167 è stato firmato un numero di accordi aziendali incredibilmente basso, appena una decina. Nel ‘68 vi è stata comunque una ripresa dell’attività rivendicativa aziendale in quasi tutti i settori, nel corso dell’anno, si è ottenuto il numero di accordi di gran lunga superiore a quello dei tre anni precedenti globalmente considerati: 41.

Un bilancio sintetico di questa attività e dei risultati cui si è approdati non è facile. Gli istituti che più sono stati toccati dalla contrattazione aziendale e di gruppo sono in genere i premi di produzione le qualifiche di indennità di mensa talune maggiorazioni per lavoro a turni straordinario, notturno, in condizioni di particolare disagio e nocività. Gli atti più carenti della contrattazione riguardano gli scarsissimi risultati conseguiti in ordine agli orari di lavoro, per la definizione degli organici di macchina e di reparto, dei tempi assegnati per le lavorazioni e quindi dei ritmi.

Sempre nella stessa pagina 10 viene ripreso anche il tema della salute e dell’ambiente affermando che “progressi sono stati fatti nella contrattazione per il miglioramento igienico degli ambienti di lavoro e per suscitare iniziative idonee ad una migliore tutela dell’integrità psicofisica dei lavoratori. Sotto la spinta dell’apposito convegno indetto dalla Camera del Lavoro nell’autunno del 1967, alcune indicazioni di fondo che ne sono scaturite sono state raccolte dalle sezioni sindacali di azienda. Sì è potuto così raggiungere un primo obiettivo, quello della sensibilizzazione degli operai su tale argomento ed oggi il livello di conoscenza è assai superiore che nel passato.”

“In definitiva si può dire del movimento di lotta articolato che ha avuto nel 1968 notevole ampiezza, un giudizio positivo per quanto attiene alla quantità, vale dire per il numero delle aziende che sono state interessate a specifiche vertenze ed ai lavoratori che sono stati chiamati a costruirle, meno positivo invece, per quanto attiene alla qualità, vale dire per il significato intrinseco dei risultati conseguiti.” Cit. pagina 11

Poi segue “il 1968 ha segnato una grande ripresa delle lotte salariali anche in provincia di Mantova. Purtuttavia torniamo a ribadire che non è stato recuperato per intero il divario fra salari e produttività: malgrado le lotte aziendali condotte abbiamo apportato sensibili aumenti alle tariffe orarie, l’aumento della produttività del lavoro è stato di gran lunga superiore.” E poi conferma che “laddove il movimento rivendicativo ha raggiunto un ampiezza veramente senza precedenti nella storia del sindacato a Mantovana è stato negli scioperi per la riforma delle pensioni e per l’abolizione delle zone salariali”.

Nel capitolo “I problemi dello sviluppo e la programmazione economica” si sottolinea che “le lotte del ‘68 hanno impedito il tentativo di ridurre la contrattazione salariale al solo rinnovo di contratti nazionali di lavoro una volta ogni due o tre anni. Le lotte aziendali del 1968, malgrado i limiti che abbiamo prima rilevato, hanno fatto sì che anche in provincia di Mantova si portasse il livello dei salari ben oltre i livelli minimi stabiliti dai contratti nazionali.

.

“Rimane invece aperto il problema di operare una contrattazione efficace che si sviluppi prima delle ristrutturazioni dei processi produttivi, una contrattazione cioè che abbia luogo “a monte” delle modifiche tecnologiche e delle grandi decisioni d’investimento, quelle che determinano anche gli aspetti qualitativi dell’occupazione (dislocazione territoriale negli insediamenti produttivi, occupazione di impiegati, o di operai, o di tecnici, in quale settore e di quale grado di specializzazione… )cit. pagina 15.

Nel paragrafo “Dell’Unità sindacale e rapporti con le altre organizzazioni” si sostiene che “la nostra camera confederale del lavoro si è assunta le maggiori responsabilità della conduzione di una politica unitaria, che ha trovato i suoi più felici momenti di espressione nella lotta sulle pensioni e, ancora una volta, in quella contro le zone salariali. L’intesa fra le centrali sindacali ha favorito la realizzazione a livello aziendale di una Unità operativa assai stretta fra tutti i lavoratori iscritti e non iscritti ai sindacati, che non ha mancato di provocare sul comportamento delle organizzazioni provinciali un benefico riverbero. L’unità tra i lavoratori è stata indubbiamente uno dei fattori decisivi dell’ampiezza e della riuscita delle lotte e da questa realtà sono scaturite iniziative unitarie di notevole rilievo”.

Autore: Rosso di Sera Mantova

Condividi questo articolo

Rispondi