X° Congresso provinciale CGIL Mantova 27-28 Maggio 1977. Le iniziative e le lotte dei lavoratori Mantovani per lo sviluppo dell’Unità e della democrazia per il cambiamento della società italiana, documento economico della segreteria camerale. Camera Confederale del Lavoro, palazzetto dello sport. Sintesi di Giancarlo Leoni

X° Congresso provinciale CGIL Mantova 27-28 Maggio 1977

E’ utile ricordare come l’anno 1977 fosse stato caratterizzato da molte lotte che si erano radicalizzate sul territorio nazionale sia nelle università sia sui posti di lavoro, anche inconseguenza della nascita di sindacati autonomi e gruppi di sinistra extraparlamentare provenienti dalla trasformazione politica nata con le lotte del 1968, prevalentemente nelle aree metropolitane.
In questo quadro il documento CGIL, pur non entrando nel merito di queste questioni più di carattere generale, permette invece di accertare, sulla base delle analisi economica fatta, le condizioni sociali delle classi lavoratrici e della società Mantovana. Quindi, questo periodo risulta particolarmente importante come momento di svolta della situazione sindacale e politica Mantovana.
Nell’introduzione si ricorda come “l’esperienza rivendicativa sindacale, la condizione di vasti strati di lavoratori, le tensioni che riemergono, mettono in evidenza i mutamenti all’interno della struttura produttiva industriale ed agricola, “tali da far emergere una preoccupazione di fondo sullo sviluppo di Mantova, contro le facili valutazioni e gli ottimismi di “provincia al di fuori dei contraccolpi della crisi” e con ” particolari capacità imprenditoriali”. Queste ultime visioni derivano da concezioni produttivistiche dello sviluppo economico, dimenticando ogni parametro sociale ed occupazionale, ogni livello di condizione sociale, quale pietra di paragone dello sviluppo economico”. Questa citazione ci ricorda come la trasformazione dell’apparato produttivo sulla base delle esigenze industriali, a valle dei movimenti delle rivendicazioni degli anni 60 e del 68, sia caratterizzato da forti ristrutturazioni industriali con alti incrementi di produttività e di riduzione dell’occupazione.
Il documento è molto articolato e si sviluppa in 45 pagine riportando molti dati che risultano interessanti anche oggi. Come di solito avviene in queste relazioni introduttive si dà conto innanzitutto dell’andamento della popolazione dove si nota l’arresto, rispetto agli anni precedenti, dei fenomeni di emigrazione e una sostanziale stagnazione dei residenti dimostrando in questo modo l’esaurimento del flusso migratorio agricolo contestuale alla stabilizzazione occupazionale dell’apparato produttivo manifatturiero. “Nell’ultimo censimento del 1971 la provincia di Mantova contava 377.120 abitanti e ciò conferma le tendenze esistenti così come il costante incremento dei comuni limitrofi al capoluogo collegati all’aumento del polo produttivo. In particolare Mantova per il secondo anno consecutivo subisce un calo di popolazione di quasi 500 persone mentre fino al ‘74 la popolazione era in ascesa. Questo sottolinea l’inversione di tendenza tra comune di Mantova e comuni limitrofi che incrementano invece il loro sistema insediativo,
Il secondo capitolo dell’analisi economica si sofferma sulla distribuzione del reddito lordo esponendo la serie storica 1951-1974. Dalla tabella si nota la riduzione del contributo dell’Agricoltura da un valore del 42,9% nel ’51 al 16% nel’74 mentre l’industria passa dal 20% al 43% del totale dei settori nel 1974. Le altre attività terziarie rimangono sostanzialmente stabili passando dal 30% al 32% e la pubblica amministrazione ha un piccolo incremento dal 6,7% al 8,4%. Le notizie sul reddito poi sottolineano con me nel ‘74 quello medio pro-capite fosse stato di 1.660.020 lire annue ponendo Mantova al terzo posto in Lombardia dopo Milano e Varese. Aggiungiamo inoltre che quello medio regionale era di €1.860.000 lire mentre quello nazionale era di 1.419.001. Il documento della Segreteria osserva “ovviamente tali cifre esprimono delle medie assai poco indicative circa la effettiva realtà dei vari settori produttivi, la distribuzione del reddito tra i vari fattori che concorrono alla produzione, la distribuzione del reddito, lo stato reale delle remunerazioni delle varie categorie o classi che operano nei settori. Basti pensare alle profonde differenze nel settore agricolo tra contadini ricchi con caratteristiche di imprenditore capitalista e contadini poveri con redditi pari o meno rispetto ai loro dipendenti, alla disparità tra salariati e braccianti, molti dei quali (2.688 avventizi uomini) che lavorano una media di 104 giorni/anno. Per le 3541 donne di campagna la media è di 72 giorni.
Nell’industria malgrado i miglioramenti verificatesi in questi anni, i salari di fatto Mantovani sono ancora inferiori a quelli esistenti nei grandi centri industriali, sia per la consistenza inferiore di elementi variabili del salario, sia per le strutture produttive esistenti, in gran parte piccole e piccolissime, che si reggono a volte su non regolari situazioni contributive, salariali e normative. Va tenuto conto del dilagare in questi anni soprattutto del lavoro precario e a domicilio che corrisponde ad una evasione dagli obblighi contrattuali e di legge, e che rappresenta un non rilevante ma importante elemento di “correzione” e di “squilibrio” della struttura e distribuzione del reddito nella provincia”.
Nel capitolo dell’Industria si afferma che “se teniamo conto della crescente emorragia di manodopera dal settore agricolo che ha mantenuto dal ‘73 ad oggi tassi consistenti pur inferiori a quelli degli anni sessanta e del fatto che l’industria Mantovana negli ultimi anni (1975-76 ha perso circa 2500 posti di lavoro), rimane la conferma che l’industria non è riuscita come negli anni precedenti ad assorbire la manodopera uscita dalla campagna. Basti ricordare che negli anni dello sviluppo industriale di Mantova, l’agricoltura ha perso oltre 23.000 unità lavorative mentre l’industria ne ha recuperato meno di 13.500. Si è mantenuto in questo modo, in alcune zone, il fenomeno dell’esodo, di mobilità da un’area all’altra. Il lavoro precario a domicilio ha costituito, soprattutto per la manodopera femminile, un’occasione di lavoro, si è rigonfiato il settore terziario e lo stesso artigianato.
Per quanto riguarda la grande industria essa “è stata interessata da processi di crisi, di ristrutturazione che ha portato a notevoli cali di manodopera (OM-Fiat meno 150, IMAS meno 80, Furga meno 270, Barzetti meno 460) mentre in altre, per l’applicazione di accordi aziendali, per ampliamenti, innovazioni con nuove produzioni vi è stato un aumento dell’occupazione (Montedison + 521, Belleli +205, Burgo +30, Corneliani +251).
L’analisi che viene fatta dal settore dell’Artigianato ripropone il fenomeno del “decentramento produttivo” che porta alla creazione di nuove aziende e alla disarticolazione della fabbrica sul territorio fino al lavoro domicilio “è un settore fortemente sviluppato, cresciuto in modo particolare negli ultimi anni. Nel 72 erano occupati nel settore 10.318 lavoratori dipendenti, mentre i lavoratori indipendenti erano 17.642: nel 1976 risultano 12.912 lavoratori dipendenti e 18.543 titolari e collaboratori familiari. I principali comparti che aumentano sono quello metalmeccanico, quello tessile, dovuto in particolare lo sviluppo del settore delle calze (con 358 piccoli calzifici) e della maglieria. E’ evidente che accanto a vere e proprie attività artigianali vi sia una presenza di lavoro familiare a domicilio notevole.
La crisi economica. In questo capitolo la relazione analizza le cause e sottolinea le dinamiche di ristrutturazione industriale che producono riduzioni affermando che la situazione “produttiva ed occupazionale della nostra provincia, verso la fine del ’75, si è andata via via deteriorando sino da assumere aspetti seriamente preoccupanti. Ciò nel quadro del negativo andamento economico complessivo del paese. La crisi ha ulteriormente accentuato la debolezza del tessuto produttivo della nostra provincia, sensibile all’andamento del mercato”.
Il capitolo successivo intitolato Note sui settori produttivi fa un’analisi più dettagliata dello stato delle crisi e delle cause per i diversi settori. Nelle dinamiche del sistema produttivo poi individuano un espandersi del decentramento produttivo che non interessa più solo l’industria dell’abbigliamento ma la stessa meccanica e la plastica. “Il decentramento produttivo si è verificato non per divisione di prodotto ma con una articolazione e dispersione delle fasi del processo produttivo tanto che alcune medie aziende potenziano le caratteristiche finanziarie commerciali a mantengono il coordinamento delle politiche produttive decentrando all’esterno.”
In alcune grandi aziende come la Montedison Bellelli e Burgo si sono verificati parziali innovazioni tecnologiche con meccanismi di automazione con aumento della produzione investimenti in altri settori produttivi ricerca e nuove commesse. Un esempio di questa disarticolazione viene specificata nel caso del settore produttivo del distretto della calza che viene definito un “decentramento organico “con tutto ciò che ne consegue. Al dicembre 1976 risultavano iscritte all’ufficio provinciale del lavoro 310 aziende di cui 49 industriali, 261 artigiane con un totale addetti di 3.222. Nella sola Castel Goffredo sono presenti 142 aziende con 933 addetti. I dati indicati sono quelli desunti dagli elenchi ufficiali comprensivi di lavoranti a domicilio regolarmente iscritti. Delle 142 aziende solo 7 sono quelle con più di 20 dipendenti e ben 100 con meno di 10. Rimane fuori tutta l’area non ufficiale che si ritiene estesa e diffusa in tutta la zona. “Castelgoffredo rappresenta per tali caratteristiche produttive, sociali, economiche e politiche un fatto nazionale.”
Per quanto riguarda il settore agro-zootecnico il documento sottolinea a pagina 23 l’emergere di “un fenomeno nuovo che si è sviluppato in questi ultimi anni come gli allevamenti specializzati per la produzione di carne. Questa è una modificazione importante dietro la quale si muovono interessi speculativi consistenti di industriali che non paiono presiedere al modello di sviluppo esistente. Il fenomeno ha riguardato all’inizio solo allevamenti a carne bianca poi a partire dal ‘67-‘68 compaiono i primi allevamenti speciali di vitelloni.
Dopo aver analizzato le dinamiche del mercato del lavoro e in particolare i problemi di qualificazione che esso pone, il documento sottolinea l’atteggiamento padronale nei confronti della situazione economica e provinciale e i processi di trasformazione esistenti. Critica l’Associazione degli Industriali e, in sostanza, si sostiene “che non si coglie ancora nell’impostazione politica del padronato, in tutte le sue dichiarazioni documenti, il ruolo che in positivo dovrebbe essere sviluppato dalla piccola azienda, ma viene invece marcata una linea di sostanziale non considerazione delle diversità dimensionali delle imprese. Si conferma un fronte patronale su posizioni non avanzate ma sostanzialmente conservatrici e rigide.
Infine di particolare interesse è il capitolo che si intitola Per lo sviluppo di Mantova all’interno del quale vengono selezionate una serie di proposte indirizzate alle istituzioni e alle forze sociali più in generale, per rilanciare lo sviluppo economico e sociale. In questo modo il documento sindacale esce dai tradizionali temi rivendicativi e salariali ma cerca di individuare alcune politiche di stimolo per lo sviluppo infrastrutturale, economico e sociale della provincia. Si cita la redazione di un documento che è stato presentato alla Giunta Regionale della Lombardia come piattaforma per lo sviluppo che è stato il frutto di una unitaria elaborazione tra le forze sindacali, l’Amministrazione Provinciale l’ANCI e la Camera di Commercio. Quindi il sindacato svolge un ruolo di promozione per le strategie delle istituzioni. Tra l’altro si afferma che “occorre avviare una strumentazione nazionale e regionale (fondo di riconversione industriale, centro tecnologico, Finlombarda, Osservatori, Formazione Professionale, Aree Attrezzate) che devono trovare un’applicazione concreta nelle province per stimolare, guidare, i necessari processi di ristrutturazione e riconversione.
I principali obiettivi che vengono sollecitati in questa parte del documento, in termini più generali, sono la lotta al decentramento produttivo che va impostata nell’ambito di una visione globale che vede sviluppare da parte della Regione e dei vari Enti Locali iniziative di politica economica capace di promuovere un allargamento dell’occupazione qualificata, un ruolo autonomo della piccola media azienda. Inoltre si sostiene che i nuclei di una alternativa di sviluppo economico e sociale della provincia si organizzano attorno ai seguenti punti: a) la definizione di un’ipotesi organica di assetto territoriale; assicurare ad ogni area un reale riequilibrio attraverso l’espansione della base produttiva reale creando nuove fonti di lavoro ed eliminazione dell’occupazione precaria; b) assicurare l’eliminazione di tutta l’area del lavoro nero, domicilio del rapporto di lavori precari ed irregolari o già di per sé costituire un’indicazione circa i settori produttivi di possibile futuro insediamento.”
Aspetto importante presente nelle proposte strategiche riguarda la necessità di “una organica politica per la casa che partendo dalla legislazione vigente veda il livello comprensoriale diventare il livello della pianificazione del territorio superando gli effetti negativi presenti della pianificazione comunale.” Viene proposto il concetto di casa come servizio sociale e sollecitata anche necessità di riorganizzare il trasporto di massa in tutta la provincia per offrire un servizio migliore per la mobilità degli studenti dei lavoratori sia per quanto riguarda il trasporto autobus sia per quelli ferroviari. In particolare poi si propone la necessità di sviluppare ulteriormente le ferrovie per strutturare itinerari alternativi a quelli esistenti come per esempio la mediopadana le linee secondarie in un quadro di riequilibrio dei territori.
La CGIL rivendica anche la necessità di attuazione di un Piano Sanitario Provinciale per ottimizzare i servizi al cittadino e sanitari. Seguono poi alcuni approfondimenti per quanto riguarda il tema della produzione energetica sia per le centrali termoelettriche di Sermide ed Ostiglia sia anche per l’ipotesi di localizzazione di centrale nucleare nel mantovano. Su quest’ultimo tema vi erano attenzioni e interessi sindacali per gli effetti occupazionali che si sarebbero avuti. Contestualmente il documento sottolinea la necessità della garanzia della sicurezza e dall’altro lato viene posto il problema del controllo igienico-sanitari degli effetti ambientali sul territorio che dovevano essere valutati con attenzione. “Queste erano le condizioni pregiudiziali per l’assenso della costruzione delle centrali.” Tali vincoli venivano poi posti anche per gli effetti che le centrali potevano avere sul inquinamento termico del Po, causato dal raffreddamento delle acque di scarico. “Bisogna andare recuperando i ritardi esistenti a un dibattito di massa che abbia un’adeguata parte informativa e conoscitiva di tutti gli aspetti della questione, che sviluppi tutte le fasi necessarie di intervento democratico della popolazione, delle istituzioni, delle forze sociali e politiche.
Altro Punto chiave del documento riguarda la necessità di sviluppare le Aree Attrezzate e i Comprensori ovvero la necessità di finanziare le aree artigiane ed industriali per accogliere nuove aziende e fornire quindi opportunità di sviluppo superando la frammentazione del tessuto produttivo e polarizzando invece le imprese in aree che possono creare delle sinergie tra le aziende nelle aree attrezzate. “Va quindi superato il discorso di individuare solamente le caratteristiche fisiche delle infrastrutture, per tendere a tradurre l’intervento di ” area attrezzata ” in un progetto intersettoriale integrato. In questo senso la valutazione della localizzazione dell’area e la definizione delle caratteristiche delle infrastrutture devono essere accompagnate da un esame dei possibili interventi che devono essere realizzati nel sistema socio-economico comprensoriale. Si sostiene quindi l’importanza della costituzione dei comprensori come livello interistituzionale di pianificazione urbanistica integrata come previsto dalla legge regionale n 52 per poter ottenere un disegno di sviluppo programmato e di identificare i rapporti tra settori produttivi e territorio…..”

Giancarlo Leoni

Autore: Rosso di Sera Mantova

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